sabato 27 febbraio 2010

due chiacchiere con Giuseppe Polverari


Vorrei inserire nel mio blog una serie di "due chiacchiere" o piccole interviste ad artisti amici e no.
Inizio con Giuseppe Polverari un caro amico e artista molto particolare perchè è uno dei pochi giovani artisti che ha il coraggio di fare pittura astratta (anche se lui non ama definirla così).
Prima di leggere le chiacchiere che abbiamo fatto è bene dare un occhio alle sue Opere sul sito www.giuseppepolverari.it e un video molto interessante che documenta il suo modo di lavorare http://www.youtube.com/user/sferrarini#p/f/6/gDUbtKESEcY
p.s. la chiecchierata deriva direttamente, con copia e incolla, da skype.

[13.22.51] Simone Ferrarini: mi domando se sei un artista clandestino, irregolare, considerato che pare sia vietato fare pittura astratta ai giovani artisti?
[13.26.03] giuseppe polverari: sul concetto di clandestinità, ho un pò paura che sia troppo legata a connotazioni politiche, prima ancora che umane, vale a dire alle norme che regolano i rapporti tra i vari stati. certo che se mi dovessi vedere dentro il mondo dell'arte, (ancora lontano)avrei uno stato d'animo del tutto indifferente alla problematica per me inisistente della clandestinità dell'astratto...d'altra parte che vuol dire essere astratto?vuol forse dire fare esperienze umane da relegare in un ambito anch'esso considerate astratte?...sul termine gravano principi di gusto di ere passate
[13.27.41] Simone Ferrarini: intendovo astratto da un punto di vista "formale". la tua pittura che rapporto ha con l'infomale? in particolare quello italiano?
[13.31.40] giuseppe polverari: ma è proprio il punto che dicevo. cioè non è più un termine che designa formalmente solo formalmente la pittura...faccio un esempio con un artista europeo, Rainer, che di figurativo fa poco, ma non si può secondo me dire che è astratto solo perchè non rappresenta niente...rappresenta altro...il suo corpo. forse in questo vi è più figurazione di tanta altra figurazione...così l'informale italiano, dipende sempre che riferimento si adotta, ma credo che a parte qualche rara eccezione, non abbia influito in me in modo determinante, se non in un secondo momento a livello linguistico, ma per coincidenze di strumenti linguistici
legati al gesto e alla diemnsione rivoluzionaria di vivere lo spazio come se fosse quello reale.
[13.34.13] Simone Ferrarini: con "dimensione rivoluzionaria di vivere lo spazio", intendi che vivi lo spazio della pittura e del tuo lavoro come se fosse un "luogo" reale?
[13.39.12] giuseppe polverari: sì, il tentativo è quello di abbattere l'illusorietà dello spazio pittorico.non è un luogo dove si esercita l'illusorietà, ma un luogo dove si esercità la verità. e per farlo bisogna ripristinare un dialogo con lo spazio pittrico fatto di grammaturgia, capcità di mettere in atto...mettere in atto qualsiasi aspetto dell'uomo non solo estetico ma affettivo e cognitivo anche. d'altra parte penso ad un Paolini dove mette in atto meccanismi mentali utilizzando lo stesso meccanismo di finzione(usiamolo nel termine corretto che non è finzione, fiction, ma capacità di rappresentare la verità!) penso anche a Caravaggio, ma si può estendere a una lunga lista di artisti. grammaturgia è drammaturgia.
[13.41.08] Simone Ferrarini: la drammaturgia però è una rappresentazione, cioè una funzione, quindi non realtà
[13.43.18] giuseppe polverari: è un meccanismo, che serve a rappresentare la verità...certo. la perfezione nell'uomo non esiste. ogni cosa ha un aspetto che si può dire paradossale. ma non è questo il punto. torno su quanto hai detto. nella rapresentazione nel modo in cui tu rappresenti rendi reale e vero..è un meccanismo che serve da passaggio dalla rappresentazione alla realtà, ed è la messa in atto.
prendiamo uno spartito: una rappresentazione musicale, che diventa reale nella sua messa in atto! a quel punto non è più finzione rappresentazione allo stato puro, ma può comunque essere veicolo di rappreasentazioni si significati umani profondi! in questo senso uso il termine finzione o meglio drammaturgia
[13.45.13] Simone Ferrarini: quindi pittura come "tramite", come "motore", come "provocatore" della realtà?
[13.45.37] giuseppe polverari: come generatore di energie reali come generatore e cumulatore di realtà!
[13.47.03] Simone Ferrarini: quindi direi una pittura che si può definire non più "monologo" ma che dialoga con l'osservatore. o meglio: l'osservatore non è più semplice osservatore che recepisce e etc. ma entra nell'opera.
[13.47.41] giuseppe polverari: una pittura che rende libero l'osservatore! libero realmete perchè on soggetto a percorsi rpestabiliti di interpretazione dell'opera quanto libero di esercitare la sua creatività. Può essere anche libero di osservare di non dire nulla...
[13.48.50] Simone Ferrarini: c'è qualcosa di meditativo in quello che dici? o meglio: l'osservatore deve avere un atteggiamento meditativo?
[13.49.18] giuseppe polverari: certo!è una giusta osservazione. L'osservatore è chiamato come l'uomo in generale, poichè l'essere ossservatore è un aspettoun abito come dire che l'uomo veste, ad avere un atteggiamento meditativo, ma oserei dire anche religioso, di rispetto, di attesa di sospensione.
[13.53.12] Simone Ferrarini: è inevitabile chiederti, dal momento che le tue opere sono legate ad un atteggiamento di meditazione, in quale luogo ideale dovrebbero essere esposte e meglio vissute?
[13.56.13] giuseppe polverari: da seduti direi in qualsiasi spazio perchè sono essi stessi spazio!...ma se dovessi estendere questo tema dello spazio dove esporli, direi che il luogo pù ideale sia un luogo ricco di eventi, storico nel senso che è importante che nel luogo si siano depositati eventi incisivi sorici o estetici o psichici, con i quali dialoghino
[13.57.18] Simone Ferrarini: ok, fino adesso abbiamo dato una sorta di chiave di lettura di quello che fai, ora cerchiamo di andare "dietro". come mai utilizzi dimensioni grandi?
[14.01.56] giuseppe polverari: mi sono sempre sentito a mio agio in dimensioni grandi in modo intuitivo. già quando frequentavo l'accademia lavoravo sempre su dimensioni grandi. piano piano questa esigenza è maturata in termini più consapevoli di estenzione e di rottura con un piano puramente rappresentativo: camminare dentro la superficie è un atto fisico e reale!come dipingerci dentro. è una dimensione che solo a distanze disumane, fuori dalla rappresentazione architettonica e spaziale concepita dall'uomo si riesce a vedere nel suo insieme. così ha una valenza irrazionale, più precisamente coinvolgente; non si può non essere coinvolti!
[14.03.30] Simone Ferrarini: quanto nel tuo lavoro è importate la fase di ricerca? cioè quello che realizzi è seguito da uno studio oppure vai subito seguendo l'istinto?
[14.05.11] giuseppe polverari: a periodi. sono due procedimenti, due prassi che non sono propriamente equivalenti ma complementari e penso che siano utili entrambi per condurre e ricercare per poi trovare soluzioni diciamo accettabili
[14.06.11] Simone Ferrarini: e la fase di ricerca cosa solitamente comprende? studio di artisti? visite alle mostre? esercitare la mano?
[14.09.09] giuseppe polverari: passeggiate, percorsi fisici di spazi, certo anche mostre, o meglio meditazioni su cose che mi rimangono impresse nella mente, oltre che un costante esercizio.La ricerca non è un concetto che è sufficiente per sè stesso. Deve trovare una sua applicazione, per così dire, una sua utilità. Lo scopo lo si può capire prima o durante. E la scoperta è diversa a seconda di quale di queste due strade si percorrono.
[14.10.29] Simone Ferrarini: strade intendi, concetto o utilità?
[14.11.05] giuseppe polverari: intendo il mdo di arrivare allo scopo che poi è l'utilità della scoperta.
[14.11.25] Simone Ferrarini: quanto ci metti a realizzare un'opera? intendo nella sua realizzazione "fisica"
[14.13.54] giuseppe polverari: dipende. dalla concentrazione. di solito l'opera si risolve sempre in un frangente breve. cioè in una illuminazione che si manifesta. ciò può avvenire subito o dopo una serie di opere. quindi se considero la tua domanda posso dire da un secondo a delle settimane o mesi. dipende cosa intendo epr realizzare un'opera. poichè trovata la soluzione illuminante, tutto il resto è contorno.
[14.16.05] Simone Ferrarini: ultima domanda e poi ti lascio in pace! nelle tue esperienze a berlino e new york il tuo lavoro è stato subito accolto in modo positivo, mentre in italia il percorso è molto più lungo. come mai queste differenze?
[14.21.49] giuseppe polverari: penso siano dovute a differenti ambienti e bacini di ricezione. in Italia persiste una tradizione fortissima, dico anche per fortuna, che ha un senso fortissimamente formalista: tutto deve essere inquadrabile in cornici di lettura prestabilite. Cosa che all'estero non vi è. é un pò la differenza che esiste tra una civiltà nomade e sedentaria. In Germania e a New York sono abituati a spostamenti a camminare processo primario per poi leggere e interpretare. Poi ci potrebbe essere all'origine di questo differente impatto del mio lavoro qui e all'estero un approccio emotivo diverso alla pittura come linguaggio, un linguaggio che ha quasi un alone sacro intorno a sè, dunque la loro attenzione aumenta fortemente.

sabato 13 febbraio 2010

come si cercano gli artisti?


Ci sono molti artisti pop che fanno una vita snob, cioè antipop. Non li capisco, ma questa cosa mi diverte.
Ma non volevo parlare di questo.
Volevo riflette sulla ricerca degli artisti, cioè su come nel mondo professionale dell'arte ciò avviene. A dire il vero non mi è assolutamente chiaro. Mi viene detto continuamente "proponiti dai", "rompi su", "devi insistere", ma questa cosa non la capisco molto bene. Ogni tanto mi ci metto e scrivo a qualche critico ma la cosa non mi torna fino in fondo.
Sì perchè forse sono un vecchiazzo dentro e credo ancora che le gallerie facciano come Falqui e si mettano a fare una minuziosa ricerca di artisti. Forse ho questa immagine di Emilio Villa che va a rompere le palle agli artisti nella propria tana. (spero di aver centrato i tempi dei verbi in queste due frasi). Ma no, no no, mi sbaglio sicuramente. Il dato è inequivocabile: in tre anni che ho il fichissimo studio a Reggio città, e cioè mica al Lagastrello, sono passati in studio esattamente un critico (Siviero) e due Galleristi (Vigato e Zini/Mammi).
Qualcosa ho sbagliato, forse più di qualcosa. Ma forse c'è anche qualcosa che non funziona.
Ho come il sospetto che la ricerca degli artisti - ruolo che sulla carta dovrebbe essere di critici e galleristi - sia invece in mano agli artisti. Sì, è come se l'artista cerca l'artista. Strano no? E come se un calciatore per giocare in serie A deve proporsi alla squadre di serie A mandando una mail dove dice che è bravo e allegando un filmatino delle sue prestazioni. (Scusate l'esempio del calcio, ma sono pop e anche snob. E poi, scusate, se un settore che non spicca certo per virtuosismo e intelligenza può essere preso come esempio significa che).

venerdì 5 febbraio 2010

divano vs pittura


Vince sempre il divano.
La sfida artistica dell'ultimo secolo è quello contro il divano: ogni acquisto di un opera è determinata non dal valore umano, poetico, espressivo, emotivo, emozionale, ma dal divano. Il divano non si tocca. Non si sposta. Impossibile. In-con-ce-pi-bi-le spostarlo. E' sacro. Il Divino Divano. Bisogna dedicarli un santuario dove noi esseri umani possiamo veneralo. Se si candida alle elezioni stravince e ci governa. Bisogna al più presto aprire un'oranza funebre per i divani in modo da dargli degna sepoltura davanti a tutto il paese in lacrime. Il divino divano. Anzi, con le maiuscole: il Divino Divano. Con tutte le maiuscole intendevo: il DIVINO DIVANO. Ecco così va bene.
La venerzione del D.D. ha portato nei decenni alla creazione di una nuova corrente artistica, la O.S.B.S.D., e cioè "le Opere che Stanno Bene Sopra al Divano". E' una vera e propria corrente che ha preso il posto della Transavanguardia e dell'Arte Povera.Si caratterizza da opere esteticamente discrete, che stanno lì senza disturbare, senza dire nulla e umanamente valgono come la gita della domenica.
In contrapposizione alla movimento O.S.B.S.D. c'è il S.S.C.D.D. (ma Sposta Sto Cazzo Di Divano) uno peseudo movimento che è convinto che il divano si possa spostare e addirittura che sia più importate l'opera del divano e che quindi uno dovrebbe dare priorità all'opera rispetto al divano. Una vera e propria bestemmia. Dei profanatori. Dei vigliacchi.
Io mi dissocio, ovviamente, da questo movimento e solo per averlo citato mi ritiro subito a chiedere perdono con dieci Divanonostro e dieci Avedivano.
DIVANOvsPITTURA, vince sempre il DIVANO. Ma non ai punti; ko al primo round. Sempre.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ma perchè gli artisti non vanno più al Bar?

Uno dei luoghi che ha dato maggior ispirazione alla storia dell'arte sono i bar; chiamateli anche caffè se volete, ma la sostanza e sempre la stessa.
Per secoli gli artisti aveva la cattiva abitudine di andare al bar dove si beccavano con altri artisti a sbevazzare e a parlar di tutto, arte compresa.
Al bar è nato il futurismo, l'impressionismo, l'espressionismo e altri grandi movimenti. Lo so che i critici d'arte rabbrivideranno a questa mia becera affermazione.
Ma non è mia intenzione offendere i movimenti artistici (tra l'altro un'affermazione di ferarain non offende nessuno); voglio soltato evidenziare che trovarsi per far due chiacchiere tra artisti forse non è così inutile.

sabato 30 gennaio 2010

L'Italia della generazione over 50


Il più stretto collaboratore di Obama ha 28 anni. E' il primo consigliere del Presidente e si occupa delle stesura dei discorsi. 28 anni. Ripeto: Ventotto anni.
Il paragone con la nostra situazione - quella italiana intendo - è inevitabile.
Da noi ogni posizione che si occupa di gestione del patrimonio economico e culturale (gli over 50 direbbero "posizione di potere") è in mano a persone che sono anagraficamente e mentalmente degli over 50. Non parlo in generale di tutti gli over 50, ma parlo di tutti gli over 50 che lavorano nell'amministrazione pubblica e privata.
La mentalità degli Over si può sintetizzare con una parola: POTERE.
Hanno un senso un'attrazione rispetto al potere che manca totalmente agli Under. Forse la lotta di classe degli anni sessanta e settanta ha sviluppato nella mentalità di quella generazione uno spiccato senso di potere, anche rispetto a quelli che non ce l'hanno. Forse è un gene italiano che è semplicemente peggiorato in quegli anni. Forse ci sono altri motivi che solo un sociologo o antropologo può definire in modo corretto.
Fatto sta che la situazione attuale vede un sistema non amministrativo ma di potere: chi governa non ha la responsabilità di gestire un patrimonio, ma ha in mano una grossa fetta dell'economia e della società. Questa provoca una sorta di corsa al potere o un ricerca assoluta dell'allenza del potere perchè questo garantisce un benessere economico. Chi ha il potere essendo innazitutto esperto nella gestione del potere (se no non ci sarebbe mai arrivato) si preoccupa ovviamente che i suo alleati siano persone che garantiscono il mantenimento del proprio potere.
Il risultato è che tutte le posizione amministrative, molte delle quali anche senza una vera funzione se non quella di dare potere agli alleati del potere, sono monopolizzati dagli Over. Gli Under si trovano così tagliati fuori da tutto. Ma non solo perchè non c'è fisicamente più spazio ma perchè sono cresciuti senza un idea precisa di potere: alcuni parallizzati dalla paghetta del papi, altri in balia del caos totole degli anni ottanta e novanta che ha sviluppato in loro un forte senso di sopravvivenza. Tutti quanti però con un influenza esterofila (negativa e positiva) che ha portato maggior comunicazione e un senso di amministrazione decisamente diverso; i trentanni sono la 'Generazione Erasmus', cioè di coloro che hanno vissuto direttamente altre esperienza è hanno importato un senso amministrativo diverso.
Cosa succederà? Non saprei. Sicuramente prima o poi gli Over creperanno tutti e si apriranno gli spazi agli Under. Bisogna però vedere due cose: la prima se gli Under tengono botta ancora per molto tempo in queste condizioni estreme, e poi se l'astuzia degli Over crearà una generazione Under con una mentalità Over appositamente per il potere. Considerato che gli Under con una mentalità Under staranno a guardare la previsione è scontata.
Questo lungo discorso ammetto che mi spaventa un po': sono un Under e in questo post ho dimostrato di avere un idea precisa di potere, proprio come il miglior Over! Aiuto!

venerdì 29 gennaio 2010

Officina della Arti - Commento all'intervista della Direttrice Farioli


Scrivo questo post in replica ad un intervista della Direttrice dei Musei Elisabetta Ferioli uscita sul il Resto del Carlino del 29 gennaio.
Di seguito i miei commenti, ovviamente strattamente di carattere personale e non rappresentativi di nessuno al di fuori di me.

in maiuscolo le frasi della Farioli.
C'E' UN PO' DI NERVOSISMO
Personalmente non vedo nessun nervosismo.
Per quanto mi riguarda sono più che contento di poter utilizzare un atelier splendido come quello in Officina e di aver incontrato moltissimi creativi reggiani che costituiscono un underground particolare e unico per una città di provincia. Ho indubbiamente un'altra idea di Officina rispetto alla Gestione Attuale sopratutto perchè credo sia una struttura che abbia una grande potenzialità inespressa. Ma il fatto di avere un punto di vista diverso non mi da alcun motivo di innervosirmi.
MA CINQUE PRIVATI NON POSSO AVERE USO ESCLUSIVO DI UNA STRUTTURA PUBBLICA.
Ma chi ha mai voluto uso esclusivo della struttura pubblica? Si chiaro: nessuno ha mai preteso l'uso esclusivo di officina. Nell'articolo noi atelieristi abbiamo solo chiarito il ruolo degli atelier e qualcuno (Azio) si è lamentato di averci rimesso i soldi.
L'ATRIO E' RIMASTA DI COMPETENZA DEI MUSEI.
Questa è la confermato della sovrana gestione e responsabilità dell'officina da parte dei Musei e il ruolo secondario degli atelier. Questa era la sostanza delle miei risposte nell'intervista sul giornale e del post nel blog. Mi ha fatto piacere che la Farioli lo abbia confermato.
LORO CREDENDO CHE AVREBBERO AVUTO FONDI.
Nessuno ha mai creduto e detto di volere fondi. Non è mai stata un'illusione o un'utopia ne tantomeno una pretesa. Quindi alludere che i fondi siano un problema provocato dagli atelier non è corretto.
Tra l'altro come atelier (sunghe ed io) abbiamo lavorato inzialmente proprio su questo problema: ci siamo occupati di coinvolgere partner, associazione, gallerie, cooperative e curatori che fossero in grado di collaborare sul piano dell'organizzazione, della comunicazione e della sponsorizzazione. Il coinvolgimento c'è stato ed ha fruttato una buona stagione (quella 2007) con costi da parte del comune pari, se non minori, rispetto a quelli attuali (ora le mostre hanno un biglietto di invito e manodopera che aiuta nell'allestimento, quel ciclo di mostre no). Per la fase successiva era previsto il coinvolgimento di partner che collaborassero alla realizzazione di eventi sperimentali come work in progress, seminari ed incontri tra diverse discipline (nella prima fase l'impostazione era per buona parte tradizionale). Ma non è andato a buon fine perchè non abbiamo più ricevuto la programmazione da parte del comune (anche se rischiesta da più atelier). Ripeto quello che ho detto nei post precedenti: è legittimo da parte dei Musei non comunicare con noi ma valutare solo i nostri progetti. Ma è stato altrettanto leggittimo da parte dei partner la richista di conoscere "quando", "come", "e con chi", si sviluppava l'evento che dovevano sostenere; non avendo ottenuto nessuna risposta la collaborazione dei partner è decaduta. Il principio su cui lavoriamo (sunghe ed io) è quello di cosiderare progetti e considerare come questi possono essere finanziati, più che considerare direttamente progetti che costano zero (si rischia una qualità bassa).
L'AFFLUENZA ATTUALE A NOI VA BENE, ENTRANO CIRCA 7MILA PERSONE L'ANNO.
Premetto che i numeri, cioè la "massa" non deve essere un dato di successo della struttura, perchè la "massa" non significa gradimento e coinvolgimento (vedi televisione). Comunque, dal momento che si è tirato in ballo l'argomento "numeri" è bene approfondirlo. L'affluenza deriva da questi "canali" (in ordine dal più grande al più piccolo).
- La stragrande maggioranza (nell'articolo è anche precisato una cifra, 4mila, direi verosimile) del pubblico è portata dagli spettacoli e dai corsi del Cento Tatrale MaMiMò. Piccola divagazione: credo che i numeri del MaMiMò potrebbero aumentare notevolemente se molti spettacoli anzichè essere realizzati in Atelier si svolgessero nello spazio centrale, decisamente più capiente.
- Una grossa fetta è dovuta alla frequentazione privata degli atelier, cioè visitatori che passano in Officina non per Eventi ma quotidinamente per incontrare gli atelieristi. Se si considera che dal nostro - sunghe ed io - passano mediamente 20 persone a settimana tra incontri, riunioni, artisti di passaggio, etc. si raggiunge sommando i 365 giorni un numero elevato.
- Altra fetta consistente sono i concerti organizzati da Icarus Ensamble, Strange Vertigo e Amaro!.
- Ultima fetta deriva dalla mostre di durata mensile, che portano un buon numero di partecipanti all'inagurazione e nei giorni successivi pochissime persone, mediamente da 0 a 5.
Conclusione: quasi tutti i 7.000 visitatori sono portati dalle attività degli atelier.
SIAMO ABBASTANZA CONTENTI DI COME VIENE SFRUTTATO IL LUOGO. SOPRATUTTO SE DOBBIAMO FARE I CONTI CON LE MOSTRE CHE SI SVOLGONO IN CENTRO.
In Officina delle Arti per le mostre vengono da 0 ad un massimo di 5 visitatore. Se le mostre in Centro hanno numeri minori credo debba essere motivo di riflessione generale non di soddisfazione su l'andamento di officina.
Inoltre la Farioli considera e paragona Officina come "spazio espositivo"; questo non fa altro che confermare quello che volevo precisare nell'intervista (i Musei considerano Officina uno spazio tradizionale). Se, però, consideriamo la "struttura" e le funzioni che contiene Officina, bar-atelier-esposizioni, il paragone con altri spazi esclusivamente espositivi decade e il paragone più corretto e con altre strutture polifunzionali come, ad esempio, il Centro Loris Malaguzzi.
LA SCORSA RIUNIONE A FINE DICEMBRE ABBIAMO ESPOSTO LORO GLI APPUNTAMENTI FINO A MARZO.
A fine dicembre non c'è stata alcuna riunione.
Inoltre se questo incontro fosse vero non sarebbe cambiato granchè: conoscere tre mesi di programmazione già pianificata, con Natale di mezzo e ancora da verificare la disponibilità a collaborare degli artisti già in calendario, come è possibile ideare-progettare-trovareartisti-trovarepartner per realizzare un evento decente!?

Sinceramente mi aspettavo dalla Direttrice qualcosa in più: sviluppare il discorso Officina considerando semplicemente il problema della richiesta fondi degli atelier (tra l'altro un non-problema) e specificando la soddisfazione per l'affluenza dei visitatori (tra l'altro quasi esclusivamente legata agli atelier) credo sia un'occasione mancata. Un articolo del Carlino può essere un opportunità che un Direttore di Museo può sfruttare per spiegare alla città le intenzioni, il programma, il futuro, e il coinvolgimento del pubblico rispetto ad un luogo che ha una funzione culturale importante.
Ma così non è avvenuto.

giovedì 28 gennaio 2010

Accademia di Belle Arti 1


L'Accedemia di Belle Arti è la più grande fornitrice di Illusi e Frustrati che si possa trovare in circolazione.
Solo qualche studente, marginale ed emarginato, frequenta l'Accademia senza credere di diventare un grande artista che si alza tardi la mattina e vive d'amore e arte. La colpa non è degli studenti ma dell'impostazione che viene data dai dirigenti e dai professori, per lo più artisti falliti con problemi di frustrazione.
Sarebbe tutto più semplice, sia durante che dopo gli anni di studio, se si cambiasse completamente impostazione: studiare e analizzare i "meccanismi" dell'arte in modo che questa possa essere applicata in diversi modi e in diversi contesti. Come se l'arte fosse uno strumento di lavoro, utilizzata come un vero e proprio attrazzo per modificare, migliorare, costruire contesti e persone. Chi esce dall'Accademia deve essere in grado, ad esempio, di inserire l'arte e i suoi metodi ovunque, nell'educazione, nelle aziende, nella gestione urbanistica, negli ospedali. Ripeto: ovunque. Anche su se stesso. Un "se stesso" che non è protagonista assoluto, con atteggiamenti artistoido, ma una specie di cavia su cui bisogna sperimentare le proprio conoscenze e di conseguenza crescere. E chi ha talento in questo modo emergerà ancora di più perchè ci sarà una attenzione sulla Ricerca/Sviluppo e non sull'Essere/Risultato.
Lavorativamente un'Accademia di Belle Arti impostata in questo modo può dare maggiori risultati: non si limita più ad avere un ruolo nel settore arte (il ruolo dell'artista perchè critici e galleristi spesso vengono da altre formazioni) ma anche in tutti quei settori che nescessitano di creatività e cultura (quindi tutti i settori).