Ieri la mia coscienza mi ha detto: veh ferarein guarda che ti devi un po' evolvere: sei a Roma, fatti almeno un museo o una mostraciattola, dai su; o vuoi rimanere nella tua totale ignoranza?.
Effettivamente il ragionamento non faceva una pecca. Così mi ritrovo in fila a Palazzo delle Esposizioni: mostra sul Messico con la possibilità di andare a curiosare sul rapporto tra arte e ritualità popolare. Bellissimo direi.
Dodici euro e mezzo? Come dodici euro e mezzo? Per vedere una mostra dodici euro e mezzo? Vabbè dai, sono soldi che vanno alla cultura e quindi decisamente non sprecati. Pago, smadonno mentalmente, ed entro.
La prima cosa che mi ritrovo davanti e un megavideo del fuoco di dieci metri per cinque. La seconda una arredamento fichissimo, fatto di cubi e cassettoni che reggevano vetrine. Infine, come terzo e ultimo livello di osservazione, delle bellissime sculture messicane illuminate con effetti da film horror.
Il giorno prima ero stato in via dei condotti, la via dei turisti (e dei burini). La prima cosa che si notava erano luci e videoproiezioni, la seconda l'arredamento con cassettoni che reggevano vetrine, e infine, come terzo ed ultimo livello, il prodotto che vendevano.
La conclusione? Ovviamente disastrosa: ma come si fa a spendere centinaia di migliaia di euro per l'allestimento di una mostra e non metterci nemmeno un misero divanetto?
lunedì 29 novembre 2010
domenica 21 novembre 2010
xxxxxxxx
La situazione è questa:
l'arte è una bene che fa parte dei DESIDERI e non delle NECESSITA'. Delle necessità non possiamo farne a meno
La pittura non deve entrare in casa come oggetto di arredamento, ma deve essere la casa stessa, influenzare, determinare, essere l'atmosfera, l'umore, entrare nella vita di chi la vive. Comprare arte non significa abbellire casa, ma miglirare la propria vita, come una cura, come una terapia benefica, come un sogno.
L'arte può essere Necessità, e ci vuole poco.
l'arte è una bene che fa parte dei DESIDERI e non delle NECESSITA'. Delle necessità non possiamo farne a meno
La pittura non deve entrare in casa come oggetto di arredamento, ma deve essere la casa stessa, influenzare, determinare, essere l'atmosfera, l'umore, entrare nella vita di chi la vive. Comprare arte non significa abbellire casa, ma miglirare la propria vita, come una cura, come una terapia benefica, come un sogno.
L'arte può essere Necessità, e ci vuole poco.
giovedì 18 novembre 2010
lunedì 15 novembre 2010
Cari Artisti e Cari Critici d'Arte,
Proviamo? dai dai dai ci proviamo?
Adiamo al di là delle strutture, dei sistemi, dei preconcetti, del lusso, del sonofigo, del divano, per vedere se fa bene o fa male un po' di pittura alla gente che c'è in giro? Bene o male a Loro ma anche a noi.
Proviamo?
Oppure no?
Mal che vada dopo possiamo brontolare con più ragione.
nella foto: PICASSO.
domenica 31 ottobre 2010
Murales sì, quadro no.
Un rapida e semplice considerazione.
Il murales è una forma di pittura più "umana", più "semplice", più "allaportataditutti". Per qualche motivo culturale di fronte ad un quadro o "opera d'arte" buona parte delle persone subisce una sorte di timore, di distacco, come se fosse qualcosa di molto lontano da loro.
Di fronte al murales, invece, non c'è nessun problema: viene accolto come se fosse qualcosa di fattibile, concreto, che sì sì sì può essere fatto.
I motivi? Non li so, non mi interessano.
mercoledì 27 ottobre 2010
Identikit del ciclista emiliano.
Una delle psiche più complicate da capire, dopo quella femminile, è quella del Ciclista Emiliano.
Si possono definire i tratti e i comportamenti ma le motivazioni rimangono totalmente incomprensibili se non addirittura sconosciute.
Provo a tracciare un sommario identikit del Ciclista Emiliano sperando di provocare un minimo di sensibilizzazione rispetto a un fenomeno sconosciuto ma molto grave e molto diffuso.
La caratteristica generale del C.E. è che va a tutta. Dal garage di casa fino al garage di casa lui va sempre a tutta. Scaldarsi? Macchè. Godersi il paesaggio? Mo' no. L''andare a tutta' raggiunge il culmine quando capita di 'attaccarsi', e cioè quando si incontra un'altro ciclista. Anzi no, mi correggo non si 'incontrano' altri ciclisti (nell'incontro c'è un sentimento positivo), meglio dire 'si mettono nel mirino' altri ciclisti. Ecco, in questo caso la regola è soltato e solamente una: andare a beccarlo. Obbligati. Sì sì sì. Inevitabile. Non c'è verso. A tutta.
Se siete anche voi ciclisti, magari informa e un po' allenati, e vi capita di finire in bici da questa parti vi troverete prima o poi inseguiti da un rantolo, un rumore di animale ferito, incarognito; non proccupatevi è solo un ciclista emiliano cinquantenne che vi sta attaccato alla ruota; gomiti larghi bocca spalancata, faccia storta, paunazzo florescente e bici da cinquemila euro sotto il culo.
Il Ciclista Emiliano si divide in due speci:
1. CGV (Ciclisti da Gruppone che arrivano a Vetto). Solitamente partono dalla città o dalle zone limitrofe alla via emilia e girano quasi esclusivamente con i suoi simili formando un branco (o gruppone) di notevoli dimensioni che può arrivare anche a una cinquantina di esemplari. La loro principale caratteristica è che sono Automobilisti e rimangono tali anche quando montano in bici: mantengono lo stesso punto di vista di quando sono al volante rispetto alla strada (e quindi stanno in mezzo alla caraggiata) e rispetto a chi viaggia con loro (di fianco e non in fila). Da automobilisti ovviamente sono totalmente ignari della prima regola di sicurezza ciclistica: una macchina dietro a pochi centimetri e la cosa più pericolosa che ci sia.
L'ultimo aspetto per cui si distinguono e che non salutano. Tra ciclisti emiliani c'è una rivalità insensata e, insesatamente, usanza diffusa: ci saluta con passione, quasi ad incitarsi. Ecco i CGV non salutano. Per quale motivo? Mah, forse sono
2. La seconda specie di Ciclista Emiliano è la CPS-GL (cilcisti pedecollinari solitari - da giro lungo). Solitamente vengono dalla zona pedemontana oppure dalla profonda bassa. Sono solitari o al massimo hanno uno o due compagni di viaggio. I loro giri superano i cento chilometri: casa-passo-casa. Odiano terribilmente il traffico e quindi conoscono tutte le stradine secondarie e le zone più sperdure come i GPS (anche da questo deriva il loro nome CPS). La grossa distinzione dai Ciclisti da Gruppone è che salutano sempre. Una cosa strana e incomprensibile si verifica quando incontrano altri ciclisti: sotto una determinata quota altimetrica si comportano da perfetti Ciclisti Emiliani, cioè si attaccano a tutta; ma se l'incontro avviene in zone molto montane, ad esempio vicino ad un passo, cambia tutto: diventano amicissimi, si confidano problemi famigliari e di salute, per poi a fine salutarsi, rigraziarsi reciprocamente e non vedersi mai più in vita loro.
Come avete poturo constatare la Catogoria Ciclisti Emiliani è messa parecchio male. Il loro malessere si può sintetizzare e distinguere tra le due speci in questo modo: i Ciclisti da Gruppone provocano problemi sociali mentre i Ciclisti Solitari hanno problemi sociali.
FOTO: Alberto Rocchi, un tipico Ciclista Reggiano della specie CPS-GL.
mercoledì 13 ottobre 2010
Colui.
"Alla Cattolica è venuto Fiorello; settecentocinquanta studenti sono andati alla sua conferenza. Quando viene presentato un libro interessante ne vengono venti, ventuno al massimo. Vi rendete conto? Io vorrei prendere tutti i nomi dei settecentocinquanta ragazzi e quando vengono all'esame bocciarli".
Questa affermazione, detta con tono schifato, viene direttamente da un prof universitario della Cattolica.
Si può essere anche d'accordo sul contenuto della frase ma l'atteggiamento è del tutto fuori luogo. Per due motivi.
Il primo. Porsi in una posizione di superiorità non serve a nulla, anzi, fa solo danno perchè e il modo migliore per provocare anti-dialogo e attrito. Se si vuole influenzare la cultura dei ragazzi bisogna provocare un dialogo e non ripudiarla in questo modo.
Il secondo è la deresponsabilizzazione. Ritenere "E' colpa loro", scaricando tutto sugli altri è il modo migliore per non fare nulla.
Questo atteggiamento di superiorità è tipico di molti intelletuali che amano vivere dentro al fichissimo mondo dell'arte, delle lettere, della filosofia, e completamente fuori dalla realtà.
Coloro che devono fare cultura non si preoccupano della cultura.
Questa affermazione, detta con tono schifato, viene direttamente da un prof universitario della Cattolica.
Si può essere anche d'accordo sul contenuto della frase ma l'atteggiamento è del tutto fuori luogo. Per due motivi.
Il primo. Porsi in una posizione di superiorità non serve a nulla, anzi, fa solo danno perchè e il modo migliore per provocare anti-dialogo e attrito. Se si vuole influenzare la cultura dei ragazzi bisogna provocare un dialogo e non ripudiarla in questo modo.
Il secondo è la deresponsabilizzazione. Ritenere "E' colpa loro", scaricando tutto sugli altri è il modo migliore per non fare nulla.
Questo atteggiamento di superiorità è tipico di molti intelletuali che amano vivere dentro al fichissimo mondo dell'arte, delle lettere, della filosofia, e completamente fuori dalla realtà.
Coloro che devono fare cultura non si preoccupano della cultura.
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