domenica 26 dicembre 2010

Non è il momento di farsi vivi? (manifestare, capitolo 1, forse)

Forse è il momento di festeggiare.
Sì, festeggiare. Festeggiare per protesta, intendo. Scendere in piazza è fare baracca, portare musica, parole e colori. Nessuno slogan, nessun grido di rabbia. Solo gioia e carica, tanta carica.
Il tutto in difesa delle idee e della creatività; musicisti, scrittori, pittori, ceramisti, creativi e sopratutto osservatori e 'passionati, devono urgentemente mostrare quanto cacchio sono importanti nella reale vita di tutti i giorni.
Una vera e propria manifestazione dove, per una volta, non si dedica il proprio tempo al/contro il palazzo, ma a favore di chi è in giro.
Chi ci crede? Io non tanto.

giovedì 23 dicembre 2010

CONSUMISMO vs GREEN. Capitolo 1

Da qui in basso, cioè dal "settore cultura" si iniziano a vedere chiaramente quali sono le idee che delineranno l'economia futura. Sì, perchè qui siamo talmente in basso che si vedono chiaramente le fondamenta (idee-mentalità-società) su cui l'economia "inesorabilmente" appoggia. Inesorabilmente perchè quando non appoggia, crolla brutalmente provocando le famose crisi. Ma non ditelo agli economisti e ai direttore marketing che noi qui giù, semplici verniciatori, scrittori, musicisti, osservatori, che non facciamo un cacchio dalla mattina alla sera, possiamo maleauguratamente esprimere un giudizio economico; non diteglielo, mi raccomando.
Ma andiamo al dunque.
Le strade economico-sociali che si sono aperte in Europa sono sostanzialmente due: quella Consumistica e quella Green.
La politica cosumistica e fondamentalmente il sistema economico che stiamo vivendo: come riferimento abbiamo la crescita, il pil, e quindi l'esigenza di consumare; più si consuma più si va meglio. Cio significa industrializzazione e quindi richezza (non facciamo i buonisti e ammettiamo che un bel computer, un buon televisore o un'ottimo stereo ci fanno comodo); ma maggior consumo di carburanti e più cementificazione.
La politica Green prevede invece un'economia maggiormente legata alla risorse del territorio sia umane che ambientali/energetiche con il vantaggio che c'è meno inquinamento, un maggior sviluppo dell'artigianato, ma anche meno industrializzazione e meno richezza.
Queste due visioni dovrebbero delineare i partiti politici: Da un lato i Conservatori che sostengono un'economia basata su i consumi e sviluppano i rapporti e i collegamenti con le Nuove Economie, dall'altro invece i Green che sostengono invece una politica molto più territoriale che sostengono l'energia rinnovabile e lo sviluppo della piccola media impresa. Come esempio concreto per capire le differenze, possiamo prendere le centrali nucleari: se si punta ad una politica industriale l'energia nucleare diventa fondamentale perchè la crescita delle grandi industrie è vincolato ad un forte consume energetico; al contrario con l'Energia rinnovabile possiamo concentrarci sul risparmio energetico e quindi sulle energie del territorio. Altro esempio può essere la politica commergiale estera: il consumo deve inevitabilmente puntare su i nuovi mercati, Cina, Russia e India, mentre una politica Green deve concentrasmi maggiormenti sull'esportazione di prodotti territoriali. Ovviamente un sistema non esclude del tutto l'altro.
A questo punto dovremmo analizzare i partiti politici attuali e come questi stanno guardando al consumismo o al green.
Ma preferisco concludere qui.

martedì 21 dicembre 2010

La Tregua di Natale. Come rischiò di finire la Grande Guerra.


Nei primi mesi della Prima Guerra Mondiale, in occasione del Natale del 1914, capitò qualcosa di incredibile: i soldati del fronte Tedesco, Francese ed Inglese uscirono dalle trincee e fecero amicizia. Giocarono a calcio, si scambiarono cioccolato, parlarono delle proprie famiglie e si fecero fotografare mentre brindavano. Questo non fu solo un episodio, ma un vero e proprio movimento che coinvolse due terzi del fronte. Solo spiando le lettere dei soldati venne scoperto dagli stati maggiori quello che stava accadendo. Ci fu così un'Alleanza di Intenti tra il potere delle tre maggiori nazioni antagoniste e i soldati vennero rimossi tempestivamente per far riprendere la Guerra (la legge prevedeva la fucilazione ma ciò diventava inaffrontabile considerato il numero dei soldati coinvolti).
La Prima Guerra Mondiale rischiò di finire a causa dell'Amicizia tra i Soldati. E' inevitabile domandarsi come sarebbe cambiata la Storia se un conflitto mondiale finiva così in fretta e a causa di 'Amicizia tra Soldati'. E' altrettanto inevitabile domandarsi come mai questa Tregua di Natale non sia ancora entrata ufficialmente nella Storia ma sia solo argomento di nicchia per qualche appassionato di storia.

Interessante è come nacquero queste tregue. Furono i soldati tedeschi (che nella nostra mente sono vestiti solo da soldati nazisti) a fare la prima mossa, rivolgendosi sopratutto ai soldati inglesi. Molti tedeschi in quel periodo erano emigrati in Inghilterra per lavoro e vivevano a stretto contatto con la popolazione inglese. Erano quindi immuni dalla lunga campagna razzista sviluppata dal governo tedesco nei confronti della popolazione inglese. Quando furono richiamati in patria per combattere i cattivi inglesi si trovarono a uccidere quelli che consideravano vicini di casa e non malvagi inetti. Molti inglesi conoscevano tedeschi immigrati in patria e così risposero in modo positivo ai messaggi delle trincee nemiche. Questo dimostra come la conoscenza diretta e non filtrata dall'opinione di qualcuno, sia il vero antidoto contro il razzismo. Rare sono le documentazioni che parlano della Tregua di Natale. Sono molto importanti nonostante tendano a limitarla a un episodio da romanzo e non ad un vero e proprio movimento storicamente rilevante. "La piccola pace nella Grande Guerra" è un libro di Jurgs Michael. Più famoso il film francese "Joyeux Noel" di Christian Carion uscito nel 2005. Il film ingloba alcuni episodi capitati in diversi punti del fronte in un unico episodio. Le parti che non si rifanno ai fatti reali sono quelle meno riuscite: ad esempio la figura femminile nella realtà non esisteva e a provocare il dialogo fu, come raccontato nel film, un Cantante lirico ma al fronte come ospite e non come soldato. La vicinanze delle trincee permise ai soldati francesi di sentire il canto del Tenore Tedesco (famosissimo all'epoca) e il Tenente francese, appassionato di musica classica, riconobbe la voce del Tenore e applaudi insieme a tutta la truppa; il Tenoro tedesco usci dalla trincea chiedendo chi l'aveva applaudito, portando con se un albero di Natale per farsi luce; il Tenete francese uscì anch'esso dalla trincea per complimentarsi con il Tenore; da qui nacque la Tregua su quel fronte. Nel film è riportata un'altra versione, sicuramente interessante, ma non più di questa originale.

domenica 19 dicembre 2010

Diter Roth


Archiviare è un'opera. Disegnare è un'opera. Scrivere, ritagliare, incollare, è un'opera. Suonare il piano senza saper suonare il piano, è un'opera. Dipingere è un'opera. Filmarsi è un'opera. Costruire macchinari che non servono a nulla è un'opera.
Insomma tutto quello che appartiene alla vita, anzi, che da vita è un'opera.
Diter Roth è il più grande artista sfruttatore dell'arte come "sostanza" per vivere meglio (?). L'opera è la vita erano la stessa cosa. Senza farsa o messa in scena.

FOTO: con Rainer in un opera di Rainer.

venerdì 17 dicembre 2010

La galleria del 2015. Da Arredamento a Servizi.

Ma com'è che il bisogno di Arte è altissimo e la richiesta di Arte bassissima?
Come mai gli eventi artistici, come il Festival delle Filosofia e la Settimana della Fotografia sono affolatissimi e le Gallerie d'Arte deserte?
Su cento persone che frequantano Manifestazioni artistiche solo un paio trasformano il loro interesse in richiesta/acquisto d'arte. Come mai?
Beh, una buona percentuale non può essere presa in considerazione: sono i Io-ci-vado-perchè-ci-vanno-tutti-e-non-ci-ho-niente-da-fare. Il resto invece ha altre buone motivazioni per andare agli evneti e, probabilmente, altrettate buone motivazioni per non andare nelle gallerie.
Ora dovrei partire con un'analisi del contesto, della tipologia di arte che c'è negli eventi e di quello che c'è invece nelle gallerie; insomma una manfrina lunga e pesante. Sono sincero: l'avevo anche scritta poi quando l'ho riletta mi son venuti due maroni tanti e ho preferito risparmiarmeli e vi. Menomale.
Strasintetizzerò il problema così: le gallerie, probabilmente, si rivolgo alla richiesta e non all'esigenza di arte. Sostanzialmente si occupano (e preoccupano, visto i tempi) di quelli che già si rivolgono all'arte ma non si "muove" verso le esigenza che un pubblico più ampio ha dell'arte.
Strasintetizzerò la soluzione così: ora le gallerie si occupano quasi esclusivamente di vendere arredamento griffato (perdonate il modo volgare che ho di esprimermi, ma voglio estremizzare/caricaturizzare una colocazione dell'"oggetto" artistico) e per arrivare ad un pubblico più vasto dovrebbero occuparsi anche dei servizi che l'arte può svolgere: approfondire un tema storico, affrontare un problema di attualità, inserisi e modificare uno spazio urbano o abitativo, sviluppare la creatività all'interno delle imprese e tutto quello dove l'arte può avere una funzione fondamentale.
Per concludere mi domando: ma anzichè scannarsi per la torta già esistente perchè non cucinare una nuova torta?

THE END

Ogni riferimento a fatti reali non è puramente casuale.

L'utilizzo di parole come "arredamento" o "griffe" non vuole ledere l'importanza di tutti coloro che producono delle opere d'arte di grande importanza e per questo ricoprono un ruolo sociale e culturale fondamentale.


L'autore di questo post continuò a vivere a san polo beach ancora per lungo tempo. La realzione con l'Unicredit rimase un mistero.

giovedì 16 dicembre 2010

Cy Twombly


Alla Tate ti trovi di fronte delle opere enormi di Cy Twombly;
è un bel momento, veramente un gran bel momento.

martedì 14 dicembre 2010

Manifestazione CGIL

Alla manifestazione della Cgil suonano i MCR. Sono a Roma e li vado a vedere.
Quando arrivo c'è questa nuova segretaria che dal microfono spara rabbia sulla folla: un elenco interminabile di ingiustizie, tragedie, catastrofi, provocate da uomini malvagi che vogliono distruggere il popolo buono che deve unirsi contro agli uomini cattivi. Predica dal pulpito in perfetto stile clericale medioevale.
Il popolo lavoratore, decisamente più temprato e intelligente della sua segretaria, ascolta poco, ne approffita per parlare dei fattacci suoi con chi gli sta vicino, e ogni tanto piazza qualche applauso di routine. Solo una minima parte e contaminato dalla clericosegretaria e sbraita nevroticamente.
Ma finalmente la faccenda cambia: la segretaria se ne va tra gli applausi convenzionali, e si passa al concerto. La gente si sveglia. Si gira verso il palco e incomincia ad asoltare. Poi a muoversi, poi ad applaudire e infine a saltare e ballare. Non tutti, ma quasi. Bello, sì, molto molto bello.
E allora mi domando: dov'è la protesta: nella rabbia o nella festa? Dov'è il coinvolgimento: nella rabbia o nella musica? Dov'è la forza: nella rabbia o nell'allegria?

sabato 11 dicembre 2010

ITALIA vs ITALIA, vince la grecia.

Il controllore è un omone grosso dallo spiccato accento napoletano.
I due ragazzi avranno pocopiù di ventanni. Lei piccola, carina, biondatinta. Lui alto, con la barbetta, e la faccia da simpatico. Parlano una lungua strana, forse è greco.
Il controllore si agita. Brontola qualcosa in italiano accentato. I due ragazzi con gli occhi spalancati lo fissano. Non capiscono. Il controllore continua a brontolare. I due ragazzi provano con l'inglese. La situazione è facile da capire: non hanno timbrato il biglietto e se c'hanno provato probabilmente sono incappati nel caso più frequente: la macchinetta con scritto "fuori servizio", illegibile anche per un italiano. Il controllore con tono di voce alto dice: sono 50 euro. I greci provono a sboffonchiare qualcosa in inglese. 50 euro, 50 euro, 50 euro, continua a ripetere l'omone.
Senta, attacco io, non starà facendo sul serio? Sono due ragazzi stranieri lasci stare percortesia.
Ma non si preoccupi lei, replica il controllore.....e poi dice altro ma ha qual punto la sommossa contro il controllore era già scoppiata. Comprendeva: i vicini di sedile dei ragazzi, i miei vicini di sedile, quelli dei sedili avanti e quelli dei sedili dietro. Cioè tutti i presenti lì intorno.
Il controllore, che non era un tizio da nobel, ha iniziato ad agitarsi e maldestramente ha commesso l'errore più grave che un cotrollore possa fare su un puzzolente e malfunzionante treno regionale in ritardo: tirare in ballo l'ONESTA'! Non ricordo cos'ha detto il pendolare con il sole24; ha evitato insulti e di alzare troppo i toni, ma la durezza e la decisone non sono assolutamente mancate. Al controllore non è rimasto che approfittato di una fermata del treno in stazione e darsi alla fuga. Sì è rifatto vivo dopo un po' liquidando il problema con un E credevo che i ragazzi non fossero stranieri ma raccontassero delle balle.
I greci sono smontati a parma spargendo sorrisi e thanx a quegli stranieri seduti su quel treno scalcinato che da milano portava a bologna.
La conclusione però spetta al soggetto seduto vicino a me. Un'ometto piccolo, olivastro e sorridente. Con spiccato accento calabrese mi fa (riferito al controllore ovviamente): e niente, purtroppo non ce nulla da fare, quello lì, è un napoletano.

venerdì 10 dicembre 2010

Reggiani per Esempio.

Reggiani per Esempio è un cattivo esempio di come si amministra la cultura e il sociale in un Comune.
Basta tirare via la fichissima maschera dell'Abbiamo-coinvolto-le-associazione-del territorio, per vedere come questa trovata sia perfetta per levarsi di dosso una bella responsabilità: la ricerca, l'organizzazione e l'ideazione di eventi culturali e sociali.
Meglio aspettare che qualcuno si faccia vivo piuttosto che cercare e ricercare le risorse del territorio. Meglio limitare il proprio ruolo all'approvazione e all'ufficio ragioneria, piuttosto che costruire, organizzare e comunicare un evento.
Ma ormai è troppo tardi: il Bandone è già stato fatto e i finaziamente assegnati. Inutile brontolare. Ora rimane solo l'ultimo passaggio: lasciare a casa tutti quei dirigenti che grazie al bandone sono diventati uno spreco di centinaia di migliaia di euro.

Dispersi=trentenni.

Il problema è che non sono io ad essere disperso ma un po' tutta la mia generazione. Un'enorme branco di trentenni che vaga cercando una strada, una soluzione per avere un minimo di stabilità, nonostante abbia nuove idee e risultati concreti ottenuti. Un buon progetto di un trentenne difficilmente porta a uno successivo. Finisce lì. Un'idea nuova difficilemente ha un seguito. Una ricerca che propone qualcosa di nuovo difficilmente viene sostenuta. Insomma la situazione forse è più disastrosa di quello che sembra.
Ma in tutto questo la colpa principale rimane dei trentenni stessi: è vero ci trovano in una selva oscura a causa di una generazione disastrosa, soli e dispersi, ma in quella selva è pieno e strapieno di trentenni dispersi. Ma come si fa ad essere dispersi in un posto strapieno di gente? Non è assurdo? Com'è che non ci si guarda in faccia? Com'è che non nasce una minima collaborazione per trovare una soluzione?
Ho letto un articolo poco tempo fa di un giovane giornalista di sinistra. non rircordo ne il nome ne il contesto in cui lo letto. il giornalista di sinistra diceva sostanzialmente che la genereziane dei trentenni ha completamente perso la "coscienza di classe". Ora della lotta operaia i trentenni ne fanno anche a meno; non aggiungiamo casini a quelli che già abbiamo. Ma al di là della classe e della politica, il giovane giornalista di sinistra diceva una grossa verità: manca la coscienza di appartenere a un gruppo, la consapevolezza di poter condividere le idee con qualcuno e sopratutto la consapevolezza di poter collaborare.

sabato 4 dicembre 2010

strategia a

Metti 150 adolescenti in una sala
milioni e milioni di ormoni che fanno aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
e poi
ti lamenti continuamente che fan casino.
Ma la giornata è andata bene
è venuta un sacco di gente
(che non voleva venire).

cit. Dal libro dei principi e delle strategie pubbliche, capitolo "l'evento sociale".

venerdì 3 dicembre 2010

esempio di disabilità

Ecco un esempio di disabilità.
Prendete una persona considerata disabile e chiedetegli di disegnare; in tre secondi è già partito. Nessun problema. Avanti tutta.
Prendete una persona normale e chiedetegli di disegnare. Bloccato. Letteralmente bloccato. "no, non sono capace". "no, non riesco". "ma cosa disegno?". E così finchè non vengono assistiti e accompagnati.
Dov'è la disabilità? Chi dei due soggetti è quello disabile?

lunedì 29 novembre 2010

palazzo delle esposizione di via condotti.

Ieri la mia coscienza mi ha detto: veh ferarein guarda che ti devi un po' evolvere: sei a Roma, fatti almeno un museo o una mostraciattola, dai su; o vuoi rimanere nella tua totale ignoranza?.
Effettivamente il ragionamento non faceva una pecca. Così mi ritrovo in fila a Palazzo delle Esposizioni: mostra sul Messico con la possibilità di andare a curiosare sul rapporto tra arte e ritualità popolare. Bellissimo direi.
Dodici euro e mezzo? Come dodici euro e mezzo? Per vedere una mostra dodici euro e mezzo? Vabbè dai, sono soldi che vanno alla cultura e quindi decisamente non sprecati. Pago, smadonno mentalmente, ed entro.
La prima cosa che mi ritrovo davanti e un megavideo del fuoco di dieci metri per cinque. La seconda una arredamento fichissimo, fatto di cubi e cassettoni che reggevano vetrine. Infine, come terzo e ultimo livello di osservazione, delle bellissime sculture messicane illuminate con effetti da film horror.
Il giorno prima ero stato in via dei condotti, la via dei turisti (e dei burini). La prima cosa che si notava erano luci e videoproiezioni, la seconda l'arredamento con cassettoni che reggevano vetrine, e infine, come terzo ed ultimo livello, il prodotto che vendevano.
La conclusione? Ovviamente disastrosa: ma come si fa a spendere centinaia di migliaia di euro per l'allestimento di una mostra e non metterci nemmeno un misero divanetto?

domenica 21 novembre 2010

xxxxxxxx

La situazione è questa:
l'arte è una bene che fa parte dei DESIDERI e non delle NECESSITA'. Delle necessità non possiamo farne a meno
La pittura non deve entrare in casa come oggetto di arredamento, ma deve essere la casa stessa, influenzare, determinare, essere l'atmosfera, l'umore, entrare nella vita di chi la vive. Comprare arte non significa abbellire casa, ma miglirare la propria vita, come una cura, come una terapia benefica, come un sogno.
L'arte può essere Necessità, e ci vuole poco.

giovedì 18 novembre 2010

xxxx


"Ma com'è che pitturate con così facilità e anche bene!?"
"Non pensavamo fosse così facile"

lunedì 15 novembre 2010

Cari Artisti e Cari Critici d'Arte,


Proviamo? dai dai dai ci proviamo?
Adiamo al di là delle strutture, dei sistemi, dei preconcetti, del lusso, del sonofigo, del divano, per vedere se fa bene o fa male un po' di pittura alla gente che c'è in giro? Bene o male a Loro ma anche a noi.
Proviamo?
Oppure no?
Mal che vada dopo possiamo brontolare con più ragione.

nella foto: PICASSO.

domenica 31 ottobre 2010

Murales sì, quadro no.


Un rapida e semplice considerazione.
Il murales è una forma di pittura più "umana", più "semplice", più "allaportataditutti". Per qualche motivo culturale di fronte ad un quadro o "opera d'arte" buona parte delle persone subisce una sorte di timore, di distacco, come se fosse qualcosa di molto lontano da loro.
Di fronte al murales, invece, non c'è nessun problema: viene accolto come se fosse qualcosa di fattibile, concreto, che sì sì sì può essere fatto.
I motivi? Non li so, non mi interessano.

mercoledì 27 ottobre 2010

Identikit del ciclista emiliano.


Una delle psiche più complicate da capire, dopo quella femminile, è quella del Ciclista Emiliano.
Si possono definire i tratti e i comportamenti ma le motivazioni rimangono totalmente incomprensibili se non addirittura sconosciute.
Provo a tracciare un sommario identikit del Ciclista Emiliano sperando di provocare un minimo di sensibilizzazione rispetto a un fenomeno sconosciuto ma molto grave e molto diffuso.

La caratteristica generale del C.E. è che va a tutta. Dal garage di casa fino al garage di casa lui va sempre a tutta. Scaldarsi? Macchè. Godersi il paesaggio? Mo' no. L''andare a tutta' raggiunge il culmine quando capita di 'attaccarsi', e cioè quando si incontra un'altro ciclista. Anzi no, mi correggo non si 'incontrano' altri ciclisti (nell'incontro c'è un sentimento positivo), meglio dire 'si mettono nel mirino' altri ciclisti. Ecco, in questo caso la regola è soltato e solamente una: andare a beccarlo. Obbligati. Sì sì sì. Inevitabile. Non c'è verso. A tutta.
Se siete anche voi ciclisti, magari informa e un po' allenati, e vi capita di finire in bici da questa parti vi troverete prima o poi inseguiti da un rantolo, un rumore di animale ferito, incarognito; non proccupatevi è solo un ciclista emiliano cinquantenne che vi sta attaccato alla ruota; gomiti larghi bocca spalancata, faccia storta, paunazzo florescente e bici da cinquemila euro sotto il culo.

Il Ciclista Emiliano si divide in due speci:
1. CGV (Ciclisti da Gruppone che arrivano a Vetto). Solitamente partono dalla città o dalle zone limitrofe alla via emilia e girano quasi esclusivamente con i suoi simili formando un branco (o gruppone) di notevoli dimensioni che può arrivare anche a una cinquantina di esemplari. La loro principale caratteristica è che sono Automobilisti e rimangono tali anche quando montano in bici: mantengono lo stesso punto di vista di quando sono al volante rispetto alla strada (e quindi stanno in mezzo alla caraggiata) e rispetto a chi viaggia con loro (di fianco e non in fila). Da automobilisti ovviamente sono totalmente ignari della prima regola di sicurezza ciclistica: una macchina dietro a pochi centimetri e la cosa più pericolosa che ci sia.
L'ultimo aspetto per cui si distinguono e che non salutano. Tra ciclisti emiliani c'è una rivalità insensata e, insesatamente, usanza diffusa: ci saluta con passione, quasi ad incitarsi. Ecco i CGV non salutano. Per quale motivo? Mah, forse sono
2. La seconda specie di Ciclista Emiliano è la CPS-GL (cilcisti pedecollinari solitari - da giro lungo). Solitamente vengono dalla zona pedemontana oppure dalla profonda bassa. Sono solitari o al massimo hanno uno o due compagni di viaggio. I loro giri superano i cento chilometri: casa-passo-casa. Odiano terribilmente il traffico e quindi conoscono tutte le stradine secondarie e le zone più sperdure come i GPS (anche da questo deriva il loro nome CPS). La grossa distinzione dai Ciclisti da Gruppone è che salutano sempre. Una cosa strana e incomprensibile si verifica quando incontrano altri ciclisti: sotto una determinata quota altimetrica si comportano da perfetti Ciclisti Emiliani, cioè si attaccano a tutta; ma se l'incontro avviene in zone molto montane, ad esempio vicino ad un passo, cambia tutto: diventano amicissimi, si confidano problemi famigliari e di salute, per poi a fine salutarsi, rigraziarsi reciprocamente e non vedersi mai più in vita loro.

Come avete poturo constatare la Catogoria Ciclisti Emiliani è messa parecchio male. Il loro malessere si può sintetizzare e distinguere tra le due speci in questo modo: i Ciclisti da Gruppone provocano problemi sociali mentre i Ciclisti Solitari hanno problemi sociali.

FOTO: Alberto Rocchi, un tipico Ciclista Reggiano della specie CPS-GL.

mercoledì 13 ottobre 2010

Colui.

"Alla Cattolica è venuto Fiorello; settecentocinquanta studenti sono andati alla sua conferenza. Quando viene presentato un libro interessante ne vengono venti, ventuno al massimo. Vi rendete conto? Io vorrei prendere tutti i nomi dei settecentocinquanta ragazzi e quando vengono all'esame bocciarli".
Questa affermazione, detta con tono schifato, viene direttamente da un prof universitario della Cattolica.
Si può essere anche d'accordo sul contenuto della frase ma l'atteggiamento è del tutto fuori luogo. Per due motivi.
Il primo. Porsi in una posizione di superiorità non serve a nulla, anzi, fa solo danno perchè e il modo migliore per provocare anti-dialogo e attrito. Se si vuole influenzare la cultura dei ragazzi bisogna provocare un dialogo e non ripudiarla in questo modo.
Il secondo è la deresponsabilizzazione. Ritenere "E' colpa loro", scaricando tutto sugli altri è il modo migliore per non fare nulla.
Questo atteggiamento di superiorità è tipico di molti intelletuali che amano vivere dentro al fichissimo mondo dell'arte, delle lettere, della filosofia, e completamente fuori dalla realtà.
Coloro che devono fare cultura non si preoccupano della cultura.

mercoledì 22 settembre 2010

La caccia è uno sport.

I cacciatori hanno totalmente ragione su due cose: primo, la caccia è uno sport, secondo, deve essere meglio regolamentata.
Regolamentiamola allora! Molto semplice: lo sport per essere tale deve esserci un minimo di competizione. Che competizione c'è se, ad esempio, a un pugile mettiamo i guantoni e all'altro un fucile beretta? Che divertimento c'è? Che sfida è? Nessuna. Solo noia. A mani nude è il vero senso della caccia. Cinghiale vs Uomo, così come Dio gli ha fatti.
Una volta vincerà l'uomo e l'altra il cinghiale.

venerdì 17 settembre 2010

Officina delle Arti - Capitolo Tre. La reputazione.


Inevitabile.
Ci sarà un momento in cui bisognerà giocarsi la reputazione: come mai l'Officina non funziona? Di chi è la colpa? 1, di tutti: musei e atelieristi? 2, degli atelieristi? 3, dei musei?
Semplice.
Il dirigente dirà inizialmente "il posto funziona" per poi ripiegare con "io ho fatto il possibile, colpa degli atelieristi". Alcuni atelieristi si spaventeranno e altri si incazzerrano. L'Assessore verrà semplicemente sostituito.
Conclusioni.
1, gli Assessori sono come gli Allenatori quando le cose non vanno bene. 2, Domanda: della reputazione uno che vernicia quadri e ogni tanto va in galera e far pitturare dei cattivi ragazzi, può interessare qualcosa? 3, Se l'orticello è in piazza a reggio e non in piazza a miscoso, bisogna considerare che molti ci possono cacare sopra.


P.S. quando dico "officina non funziona" mi riferisco all'opinione generale della città. In realtà l'officina funziona: buona parte degli atelier è attivo quotidianamente ma il problema è che questa attività non è aperta al pubblico. Come un cinema che proietta film ma tiene chiuso o un ristorante che ha cucina, sala, cuochi e camerrieri ma è chiuso al pubblico. Quindi non occorre inventarsi nulla per far funzionare officina perchè già funziona, ma semplicemente aprirla al pubblico. difficile no?
E credo che dare al pubblico la possibilità di visitare la 'produzione di' oltre al 'prodotto finito' sia particolarmente interessante e unico.

martedì 7 settembre 2010

Omaggio all'Efffffffffffettttinoooooooo


Un aspetto che caratterizza la pittura contemporanea è l'Effettino. Si tratta di un metodo utilizzato da molti giovani pittori che rafforzano l'immagine della propria pittura "costruendo" la "parte sporca", tipo gocciolatura, residui di pittura, tagli, abrasioni, etc.
Insomma tutto quello che solitamente è la "conseguenza" del gesto pittorico, viene razionalmente costruito.
Un esempio? La gocciolatura nasce da un segno rapido, energico e incontrollato; quando il pittore "sbatte" quel segno sulla tela non ha come obiettivo costruire una gocciolatura o una sbavatura ma si preoccupa della forma o della luce che sta realizzando (se proprio si sta preoccupando di qualcosa). Un'altro esempio? Anzi un paragone in musica: e come se in un giro di chitarra elettrica la cosa fondamentale fosse la distorsione e non il giro stesso; la distorsione è la "sbavatura" del giro e non il giro stesso.
Forse la questione fondamentale è l'"energia", la "forza" che viene messa nella pittura: una gocciolatura o un'abrasione è la conseguenza di un segno incontrallato e un segno incontrollato è la conseguenza di "energia", di "forza".
Allenamento! E per avere forza occorre allenamento!
Fine.

lunedì 6 settembre 2010

?


Sono qui che vago in mezzo a un campo. Cerco di capire dove sono e sopratutto se la strada che sto percorrendo porta al punto giusto. Non ho riferimenti. So solo che mi trovo in provincia di.
Mi sono perso?
No, molto semplice. La prima persona che incontro chiedo indicazioni. Di solito è un contadino o un anziano che bazzica nel giardino di casa. Mi fa capire dove sono, mi da la direzione, si scambiano due battute e si riparte. Tutto molto semplice.

Se il campo anzichè essere di erba medica e il campo dell'arte però questo semplice e naturale meccanismo, indicazione-risposta-battuta, non funziona. Non ricevo risposte. E come se quel contado di Lentigione (nella foto qui sopra) anzichè guardarmi e dirmi "se se, vai di là.." non mi avrebbe ne anche in nota. Assurdo no?

Lentigione è più simile a New York di molte altre città che vorrebbero essere come NYC.

FOTO: verso il po, di CRISTIAN IOTTI

venerdì 27 agosto 2010

GENERAZIONE ERASUMS! ma perchè non si incazzano??

La GENERAZIONE ERASUMS, o meglio le generazioni ERASUMS (comprendo i nati negli anni 70 e 80 quindi più di una generazione) fanno un po' sperare per il futuro.
Premessa. Mi piace definirle generazione erasumus perchè sono le prime che si sono confrontate in modo così aperto ad altre realtà: molti nati in questi anni sono stati, se pur per pochi mesi, a vivere e sporavvivere all'esterno, e anche quelli che non ci sono andati sono cmq circondati da amici che hanno viaggiato e poertato esperienze e mentalità diverse.

Non so quanto questo abbia contribuito ad un cambio di mentalità, ma sicuramente l'apertura verso nuove realtà (amche grazie ad internet e i voli low cost) ha dato una visione diversa. Meno idealismi, più concretezza, e più scetticismo rispetto al giornalisimo e ai mezzi d'infornazione.
Un cambio di tendenza potenzialmente positivo: meno cultura del proprio orticello e una visione più aperta, più concreta e, sopratutto, meno legata al principio buono-cattivo. Si sta superando quella mentalità di appartenenza ad un gruppo in particolar modo politico (io sto di qui e sono il buono tu stai di là e sei il cattivo) e classista (l'operaio e il padrone) che ha provocato grossi danni culturali e sociali.

Fin qui tutto strapositivo. Il problema nasce quando questa mentalità rimane lì, tra le chiacchiere e i brontolamenti. La rabbia diventa malessere, frustrazione, sconfitta e passività; non diventa reazione, incazzamento e cambiamento?
Eppure alla Generazione Erasumus sta capitando di tutto: lavori assurdi (tipo i famosi call center), capi ricoglioniti, porte chiuse, e stipendi da fame. Assurdo.
E nonostante tutto questo no, non ci si incazza. Si rimane lì a fare...cosa?

lunedì 23 agosto 2010

Ruolo dell'Arte. Insisto.

Una definizione trovata sul libro di Giampaolo Fabris "La società post-crescita" provoca di conseguenza una riflessione sul ruolo dell'arte.
L'autore spiega come lo sviluppo economico attraverso il marketing e la pubblicità abbia imposto i Desideri e messo da parte i Bisogni: il Consumatore non soddisfa più i proprio Bisogni ma si è "spostato" sui desideri, cioè su qualcosa che nasce da motivazioni fittizie.
In sistesi, rispetto ai Bisogni (ad esempio nutrire, scaldare, etc.) c'è stato un'appanemento che ha portato a cosiderari primari aspetti fittizzi e astratti povocati da suggestioni pubblicitarie.

Rispetto a questa situazione come collochiamo l'arte?
Intanto bisogna premettere/ricordare che l'arte è un bisogno primario: contiene idee, pensieri, comunicazione, socialità e creatività, quindi l'essenza della vitalità umana.
Come per molti altri Bisogni anche l'arte ha subito la trasformazione in Desiderio ed è quindi diventato per lo più uno sfizio (in mano al Settore Lusso) di cui ne vengono esaltati aspetti fittizi come il cv degli artisti.

Ma cosa significa per l'arte questa situazione?
Dal mio rude e ottuso punto di vista i problemi sono due:
- L'assenza dell'arte rispetto alla cultura. L'arte rinchiusa - giustamente - nei Musei e negli spazi adibiti per proteggersi dalle mazzate massmediali delle realtà, da tempo non ha più influenza sulla cultura generale e la società. (Questo è un aspetto che ho detto e ridetto in un questo blog e non solo).
- Da un punto di vista becero-commerciale la tendenza attuale del Consumatore (ricco e non) si sta portando decisamente verso un consumo "diverso" dove la ricerca del prodotto è molto più attento verso aspetti reali come l'impatto sull'ambiente e la salute della persona stessa. Questo sta dando sempre più valore a prodotti biologici, ecocompatibili e legati alle energia rinnovabili. Quindi vi è una chiara tendenza a spostarsi dal Desiderio per riavvicinarsi al Bisogno.
Tendenza che in arte non ha ancora dato segnali.

Fin qui, però, e solo analisi della realtà ma non è realtà.
Chi sono Coloro che hanno il ruolo e la responsabilità di guidare il "settore" arte verso il Bisogno stabilendo un ruolo primario per la realtà e la cultura generale?
Non saprei.

P.S. Il mio post è una critica al Mondo dell'Arte non perchè mal funzionante ma perchè non ha un tendenza allo sviluppo e all'innovazione se non linguistica e autorferenziale.
Non trovo i Musei luoghi orribili da smantellare - come i politicamente corretti vorrebbero - ma, al contrario, li considero come spazi fondamentali che permettono di conservare una ritualità e un'attenzione (come avviene negli edifici religiosi) di cui molte opere d'arte hanno bisogno.

P.S.2 La lettura del libro di Fabris nasce da un'esigenza personale/professionale, precisamente dalla difficoltà di quest'ultimo periodo nel vendere quello che produco. Una frustrazione forse (lo ammetto finalmente) come c'è alla base di molti che come me criticano e brotolano.
Non mi rassegno, forse testardamente, all'idea che è un problema di 'quadri troppo grandi' che 'sopra al divano non ci stanno'. Non mi è chiaro come mai non produco "opere di nicchia" (che hanno bisogno di letture concettuali) ma quadri e video che catturano l'attenzione di un ampio pubblico (video Madre è la maggior conferma) ma questo interesse non si traduce in vendita quando il mercato dell'arte (e non solo) campa sull'interesse del pubblico.
Insomma vorrei capire un po' meglio la realtà e come quello che produco può essere effettivamente e concretamente legato a questa.

venerdì 20 agosto 2010

Ma quando cacchio finisce il Petrolio? capitolo uno.

- Guarda che il vero mezzo alternativo alla bici è la macchina.
- Al contrario, se mai.
- Macchè, facciamo due calcoli. Seguimi. Per fare 20 km, uno che fa un minimo di sport, in bici ci mette 45 minuti. In macchina la stessa strada la fai in 20-25 minuti, ma i tempi la mattina si raddoppiano e diventano 40 minuti. Tra macchina e bici non c'è sta grande differenza. Quindi ci sono milioni e milioni di gente che si muove in macchina con l'idea che sia il mezzo più veloce e comodo ma in realtà non lo è più.
- ok e quindi te sostieni che dovremmo andare tutti in bici?
- no, sostengo che per molti viaggi conviene la bici. Come tempi non c'è molta differenza, la comodità di arrivare fin sotto al lavoro senza trovare e pagare parcheggio e infine, cosa più importante, econimicamente non c'è paragone: se guardi i costi che hai ad usare la macchina ti vien male. La bici con 20 euri all'anno di manutenzione hai fatto tutto. La macchina tra benza e tutto il resto sono 20 euro alla settimana. E a tutto questo aggiungi la salute fisica e mentale che ti da il fatto di fare sport e a tutto l'inquinamento di merda che eviti.
- sì ok, ma devi andare a Milano ad esempio?
beh spetta, non ho detto che per tutti i viaggi conviene sempre la bici, ma per molti viaggi sì. Ora la bici è il mezzo alternativo, in realtà dovrebbe essere la macchina l'alternativa e cioè quel mezzo che viene usato per muoversi lontano e quando ch'è da portar cose. E poi nel caso di Milano ci potrebbe essere treno+bici, come per molte altre città.
- occhei bella l'idea, ma in concreto non la vedo fattibile. Pensa solo a chi si alza la mattina alle otto d'inverno e deve andare a lavorare. Sonno e freddo.
- Sì sicuramente. Il sonno rimane un problema, anzi è un'altro problema legato agli orari di lavoro che sono antiproduttivi per eccellenza; ma questo è un'altro lungo discorso. Per il freddo invece ti domando: hai girato mai d'inverno quando fa freddo in bici?
- e no, c'è un freddo boia!
- e no caro, c'è freddo a star fermi o camminare lenti come dei vecchiazzi. Prova a pedalare che il freddo sparisce subito. Fidet. Anche questa del freddo e una boiata. Se pedali ti passa, e anche alla svelta. Certo in macchia il culetto al caldo lo metti subito e in bici ci vogliono cinque minuti prima che ti scaldi. Ai quei cinque minuti di freddo il corpo si abitua più che a star seduto sullo scranino della macchina e dell'ufficio tutto il giorno.
- Can, mi sembri uno vecchio nostalgico che rimpiage quando era giovane.
- E un po' sì! Lo ammetto!! Ma te hai la bici?
- Sì, una mtb che uso ogni tanto.
- Ok, e la useresti per andare in città?
- Ma no, c'è troppo casino.
- Quindi il problema è la fatica e il freddo oppure il traffico e le macchine di merda?
- Beh, un po' la fatica ma sì, sopratutto il traffico.
- Guarda, sono convinto che se non ci fosse tutto quel traffico lì che ti sfiora e rischia di seccarti, cambierebbero un sacco di cose.
- Guarda, non dico che hai ragione perchè ragione non te la darò mai! Ma un fondo di verità c'è in quello che dici. E sarebbe anche fattibile nella teoria. In concreto però il problema maggiore non è tanto le persone che si muovono in bici; sì, forse a quello ci si può abituare e alla fine può anche far bene. Ma sai quante cacchio di ministrutture occorerebbe fare per una cosa come dici te? Pensa solo a tutte le piste ciclabili e all'adattamento di tutte le strade che occorrerebbe fare per un lavoro come dici te? e a questo aggiungi tutti gli "accessori" come i parcheggi per le bici e le docce quando arrivi al lavoro? Milioni di miliardi. Impossibile.
- E sì. Vero. Quindi dobbiamo aspettare che finisca il petrolio?
- Sai sì?
- Sì.

P.S. IL DIALOGO E' STATO RUBATO DA UNA CHIACCHIERATA VERA. PER QUESTO MOTIVO è ANONIMO.

mercoledì 18 agosto 2010

Ministro della Qualità o Quantomeno Decenza


L'altro giorno c'era un vecchio rimbecillito che faceva ficchetti a destra e a manca lunga la strada più frequentata della zona.
Ma questa volta non era sulla solita Panda ma su una mitica Ferrari d'epoca. Povera Ferrari: anni e anni di progetti, idee, prove, test, investimenti, piloti prestigiosi, campionati del mondo, tutti lì in quella stupenda scultura viaggiante ridotta miseramente a percorrere cinque chilometri in 20 minuti coperta dagli insulti di chiunque.
Che spreco, cacchio che spreco.

E' inutile, anche la miglior idea o il più grande risultato creativo se è in mano ad un imbecille diventa una boiata.

Per questo motivo un buon Governo dovrebbe istituire il 'Ministro della Qualità o Quantomeno della Decenza'.
L'Obiettivo del Ministero è quello di dare alla Qualità un ruolo primario costruendo delle Commissioni Nonparlamentari di Veri Competenti che regolano e valutano settori fondamentali come la scuola, l'urbanistica e la cultura.
Un esempio? Se a valutare l'Ing.Tincani dell'Ufficio Tecnico del mio paese c'è una commissione parlamentare con l'On.Piccinini - politico di vecchia data della mia provincia - che competenza (e credibilità) può avere il giudizio del buon Piccinini?
Se invece a valutare il Tincani c'è una Commissione guidata da Renzo Piano che valuta lo stile Fint'Antico del Tincani una schifezza assoluta è probabile che l'operato di Tincani venga limitato, annullato e multato.

Occhei, vado. Fine caffè. Fine colazione. Vado a produrre.

giovedì 8 luglio 2010

E GIU' BOTTE!


Un pestaggio fatto come si deve prevede due passaggi fondamentali: il primo è isolare il soggetto, e il secondo randellarlo per bene.
Ora se osserviamo la situazione psicofisica della cultura degli ultimi decenni non possiamo non notare come chi la gestita ha dimostrato una spiccato senso del pestaggio.
Mi spiego meglio: per anni buona parte del settore cultura era in mano agli Intelletuali di Sinistra i quali, coerentemente con i loro ideali di uguaglianza, ritenevano che la cultura doveva essere tutelata dal popolo becero. Così l'hanno presa di peso e portata in un angolino isolata da tutti.
Una volta messa all'angolo sono arrivati gli amministratori di destra, che hanno pensato bene di finirla, cioè prenderla a mazzate 'che tanto non serve a nessuna una cosa lì nell'angolo che costa e basta'.
Una perfetta alleanza quindi tra sinistra e destra. Allenza talmente solida che nel momento più pesante del pestaggio della destra la sinistra ha coerentemente taciuto. Si è alzata solo una voce proveniente dalla destra che, tra lo stupore di tutti, ha detto "fate un po' più piano!". Anche di fronte a questo dissidente la Sinistra a taciuto ed è rimasta coerente con il proprio operato.
Prima o poi ci sarà un processo e, come per tutti i precessi per delitto, i due imputati si accuseranno a vicenda.
I giudici saranno accusati di qualunquismo dalla stampa e il processo cadrà in prescrizione.
Mentre qualcuno va a ballare il liscio a gottano e qualcun'altro si lameterà sul proprio blog.

mercoledì 16 giugno 2010

IRAN (ancora)


Finisco su Porta a Porta.
La trasmisione è interessante: si parla della Dichiarazione di Guerra di Mussolini. Ospiti interessanti: Albertazzi, alcuni storici, nessun politicante e Frattini-Minstro degli Esteri. Resto lì a guardare.
Per sbaglio Vespa fa questa domanda al Ministro Frattini :"Ahmadinejad può essere associato in qualche modo ad Hitler?". Frattini spiattella la verità: dopo aver premesso che il contesto non è lo stesso del trentanove, non solo conferma la pericolosità del regime dei Mullah ma spiega anche chiaramente quello che può succedere: il punto cruciale sarà quando l'Iran avrà pronto la bomba atomica e non avrà ancora pronto l'innesco: in quel momento l'Intelligence israliana riferirà al Governo Israeliano che il pericolo è concreto e ci sarà una reazione forte.
Vespa sbianca, si appoggia al tavolo del salottino televisivo, e cambia immediatamente argomento.
Se c'è una nazione al mondo da evitare accuratmente di attaccare è Israele: un governo predisposto alla guerra con l'Intelligence e la forza militare più potente del mondo, collocato nella zona più nervosa del mondo.
Questo da perfettamente l'idea di come il Movimento Verde che si ribella al regime iraniano stia faccendo una battaglia che va ben oltre all'Iran.

mercoledì 2 giugno 2010

Louise Bourgeois


Solo per ricordare l'arte geniale di Louise Bourgeois.
Le sue opere sono Passione Pura. Ne figurative, ne astratte, ne contemporanea, ne antiche, ne erotiche, ne pudiche. Sono Icone della Passione. Talismani della Passione. Una Passione Femminile, e quindi il massimo della passione umana (i maschi in fatto di passione sono perdenti rispetto alle donne).

lunedì 31 maggio 2010

Mai guardare ciclismo e calcio insieme.

Ma vi rendete conto ieri che giornata era? Formula 1, calcio e ciclismo conteporaneamente! Ma vi rendete conto o no!? E' uno di quei giorni memorabili in cui si spegne il cellulare, si stacca il telefono di casa e si chiude il cervello in bagno con quattro mandate di serratura.
La situazione era questa. Alla televisione ho assegnato la partenza del gran premio e subito di seguito il Giro d'Italia e al computer la semifinale Play-off della Reggiana. Televisione da una parte e computer dall'altra. Visuale da Star Trek.
Lo so che mi state invidiando. Lo so benissimo.
Ma purtroppo le cose non sono andate per nulla bene. Ma non per motivi sportivi: sì la Reggiana ha perso ma il Giro d'Italia è stato vinto alla grande da Basso con Nibali terzo. Quello che non avevo considerato è che non bisogna mai vedere calcio e ciclismo contemporaneamente. Mai. Bisogna Vietarlo assolutamente.
Sul computer c'erano dei tizzi che giravano su un lucido campo verde. La velocità che raggiungevano era di due o tre all'ora. Mia nonna, del dodici, quando sale sul tram raggiunge una velocità almeno otto volte superiore.
Alla televisone c'erano dei tizzi che viaggivano come una moto sfiorando cordoli di cemento su un lucido pavè proscivolata.
Al computer i soliti tizzi quando si allontanavano dalla palla più di un metroemezzo si fermavano e guardavano in giro per lo più verso l'alto. Nuvole a pecorelle pioggia a catinelle.
Alla televisione gli altri tizzi continuavano ad andare a tutta, ma proprio tutta, guardando dritto e mettendoci l'anima e anche quel in più. E facevano così non da venti minuti prima come quelli delle nuvole, ma da venti giorni prima.
Al computer sempre i soliti tizzi appena venivano toccati crollavano perterra in condizioni disperate; e questa strategia ovvimente veniva utilizzata sotto di un gol cioè nel momento in cui è fondamentale non perdere tempo. Da Nobel.
Alla televisione sempre gli altri tizzi si rialzavano di scatto dopo essere finiti perterra a settanta all'ora. Subito sulla bici, non c'è tempo da perdere.
Al computer il direttore sportivo di quelli delle nuvole diceva "eh ma sono stanchi, sa il clima è caldo e hanno giocato solo cinque giorni fa"
Alla televisione il direttore sportivo di quelli che andavano ancora a tutta (devono ancora inserire l'intervallo tra il primo e secondo tempo nella tappe da duecento chilometri) diceva "sì, hanno fatto lo Zoncolan a tutta, il Mortirolo sotto il diluvio e il Gavia con due metri di neve, e tutti i giorni un ducento chilometri circa, ma la stanchezza non può essere una giustificazione".
Dopo aver verificato accuratamente che stavo vedendo due cose distinte e non un'unica scena dove una parte prende per il culo l'altra senza alcuna pietà, ho scoperto di essere gravemente razzista nei confronti di quelli che guardavano le nuvole al computer: oltre a utilizzare i più pesanti insulti in circolazione sparavo suggerimenti tecnici del tipo "in trasferta dovete andarci a piedi mica in aereo" oppure "altro che mandarvi in Ritiro, a fare la Ritirata di Russia vi dovono mandare".
Mentro offendevo pesantemente i tizzi al computer c'erano contemporaneamente i tizzi della televisione (stavano andando ancora a tutta) che venivano applauditi e incitati da una marea di gente lungo le strade. Tifosi di Basso che applaudivano e incitavano Evans che stava attaccando Basso; insomma uno spettacolo indecente.
Così ho spento la tivù. Basta applausi e gente che ci mette passione e anima. E ho continuato a offendere pesantemente gli altri delle nuvole. Checacchio, se no che senso ha lo sport?

venerdì 21 maggio 2010

PITTURA: pittori e costruttori di immagini.


Una mia idea, totalmente personale e ampiamente non condivisibile, mi porta a distinguere due Specie ben precise all'interno del "Genere Pittura": i Pittori e Costruttori di Immagini.
I Pittori sono artisti che trasmettono benessere attraverso il modo di pitturare: come e dove piazzano i colori, la forma dei segni, le macchie, insomma è la pittura che "comanda" al di sopra dell'immagine e del contenuto; di questa specie fanno parte artisti come Baselitz, Vedova e Marlene Dumas. I Costruttori di Immagini invece sono artisti che utilizzano il mezzo pittorico per costruire immagini e quindi si riceve benessere attraverso quello che "dice" l'immagine; di questa specie fanno parte artisti come Botero, Stefano Di Stasio, Enrico Robusti e Fulvio di Piazza.

Trovo divertente come questa differenza sia evidente non solo nelle opere, ma anche quando gli artisti vengono fotografati davanti alle proprie opere.
Il Pittore è "dentro" al quadro anche se si trova lì fuori, guarda solitamente un po' incarognito nel vuoto; capita di notare più l'opera di lui come se non ci fossero due piani ma solo un'unico.
L'artista Costruttore di Immagini invece si trova effettivamente lì davanti all'opera, è presente, e guarda l'osservatore in modo attento (sembra pronto a fare una lunga e coridale chiacchierata) e l'opera si trova la dietro come un finestra aperta su un'altro mondo.

Ho qualche dubbio. In generale però.

P.S. è veramente brutto definire grandi artisti 'costruttori di immagini', ma purtroppo il mio italiano limitato non mi porta oltre ad una banale definizione.

lunedì 17 maggio 2010

"Desert Generation" - Ruolo dell'arte (ancora!)

Questo post, come altri in precedenza, criticano il mondo dell'arte, anzi il Settore Arte. Ma attenzione, questo post come altri in precedenza, non critica la qualità dell'arte ma il Ruolo del Settore Arte rispetto alla Cultura e alla Società.
Come tutti ben sappiamo, la Cultura e società non godono di un periodo di particolare splendore. L'arte può essere fondamentale per la buona salute della realtà quotidiana. Lo credo non per una visione romantica dell'arte, ma per aver visto applicate le arti applicate a persone che avevano necessità rispetto alla propria vita nel quotidiano. L'arte può avere un fondamentale ruolo di "batteria" di "alimentatore di vita" rispetto alla società e alla mentalità delle persone.
Se la situazione culturale non è delle migliori (dalla forte presenza della televisione trash all'interno della società e della cattiva politica all'interno di ognicosa) l'Arte ha le sue grosse responsabilità: l'atteggiamento è quello di defilarsi dalla realtà (addirittura realtà in arte è generalmente un concetto linguistico e non è associato a "quello che avviene nel mondo")per limitarsi a rivolgersi ad un pubblico di compiacenti "che ne capisce".

E' una critica al ruolo dell'arte che mi è tornata inevitabilmente in mente leggendo un progetto artistico interessantissimo.
In un angolo di un giornale specializzato nel Settore Arte ho trovato "Desert Generation" un progetto ideato da artisti palestinesi e israeliani che vogliono sollevare il problema dell'occupazione della Cisgiordania.
"Desert Generation" comprende centinaia di immagini inviate via e-mail da artisti provenienti da Israele, Palestina e da tutto il mondo, in risposta ad una mail a catena. Le immagini, stampate su fogli A4, sono state raccolte e appese alle pareti senza alcun editing e modifica.
Un progetto, anzi una mega-opera d'arte costruita a più mani, che ha sollevato un problema storico nel modo giusto: non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall'altra: c'è un opressione dovuta alla guerra che coinvolge tutti, israeliani e palestinesi. Un atteggiamento ancor più forte e positivo se si considera che nasce da un contesto di totale rabbia, quello tra Palestina ed Israele. L'arte è il mezzo migliore, la forma più efficace, lo stimolo più forte per concretizzare le idee e i principi del progetto.
Quindi fin qui tutto bene: ottima idea, ottimi principi, ottimo l'atteggiamento, ottimo il coinvolgimento e ottima la qualità dell'opera.
Un arista tedesco, Hans Haacke, ha partecipato al progetto e per rendolo ancor più efficace (=far conoscere alla gente il problema della Cisgiordania) lo ha portato alla Biennale di Venezia, cioè in uno dei luoghi dell'arte più importanti del mondo. Un'idea anche questa ottima se non fosse che la Biennale, cioè il "mezzo" che doveva servire ad arrivare al pubblico, non arriva alle persone, al di là di qualche osservatore attento (inoltre, in mezzo al calderone della biennale e difficile esserlo!).
Il Progetto è quindi rimasto lì, al centro del mondo dell'arte, ma ai margini, se non fuori, dal mondo normale, dalla realtà e dall'informazione. Il problema della Cisgiordania, raccontato nel modo migliore, non è arrivato alle persone che ne sanno a malapena qualcosa attraverso i giornali che lo raccontano secondo i buoni e cattivi.
Inevitabile l'osservazione: ma se uno degli eventi più importati dell'arte mondiale come la Biennale, non ha la forza di arrivare alla cultura e alla società che ruolo l'arte può avere nella vita di oggi?

mercoledì 12 maggio 2010

Promemoria: Migranti dal corno d'Africa


Più che un post è un promemoria.
Molti ragazzi stanno viaggiando nel Sahara per tentare di arrivare in Europa in cerca di pace e lavoro. Molti vengono da paesi in guerra, altri vengono dalla miseria. Tutti sono in viaggio da settimane in condizioni estreme. Piccoli eroi.
Alcuni tra qualche ora, altri tra quelche giorni, altri ancora tra qualche settimana, arriveranno in Libia. Lì verranno accolti dalla Polizia che li considera bestie e li rinchiuderà in carcere.
Qualche tempo fa ci sono stati articoli di giornale, trasmissioni tivu (ricordo anche un Porta a Porta con ospite Montezemolo), che trattavano il problema, ma ora basta, più nulla. Finito.
Il problema non esiste più?

Carceri - Assistenti Sociali - Recidivi

Ieri al telegiornale c'era un servizio su una parlamentare radicale che era in sciopero della fame da giorni per sollevare il problema del sovrapopolamento nelle carceri.
Il servizio dopo era dedicato a un tizio che aveva alcoltellato la moglie; il tizio era seguito dagli assistenti sociali.
Il servizio dopo ancora era dedicato a un tizio che aveva tentato di dar fuoco ad una ragazza perchè non lo cagava; il tizio, nonostante numerosi problemi, non era incredibilmente seguito dagli assistenti sociali.
Il sevizio seguente era dedicato ad un tizio che era scappato con la figlia; il tizio era seguito dagli assistenti sociali. In uno di questi servizi spiccava l'intervista ad un dirigente degli assistenti sociali che diceva, sicuro di se "ma noi? no noi degli assistenti sociali no, non abbiamo mai riscontrato un minimo sospetto rispetto al soggetto".
Il tizio che ha accoltellato la moglie, più l'altro tizio che ha tentato di bruciare la ragazza più l'altro tizio che a sequestrato la figlia finiscono dritti in galera (anche se per poco).
Il telegiornale visto nel suo insieme ha spiegato perfettamente come si riempono le carceri: un tizio ha dei grossi problemi, viene seguito dagli assistenti sociali e poi finisce dentro; oppure: un tizio ha dei grossi problemi, noti a tutti, non viene seguito dagli assistenti sociali e finisce dentro.
Allora un dubbio inevitabilmente viene fuori: se anzichè spendere milioni di euro per costruire nuove carceri e pagare nuovi agenti, e pagare nuovi segretari, e pagare nuovi dirigenti, e pagare nuove bollette, e pagare nuove monutenzioni e pagare nuove tasse, e pagare altre nuove cose, non si investe sull'assistenza sociale fuori e dentro le carceri? (scusate il ragionamento da un subdolo punto economico, ma lo sto vedendo da un punto di vista politico, cioè economico).
Se anzichè avere le carceri piene di persone recidive non si fa una politica di reinserimento sociale attraverso la riabilitazione della persona (i linguaggi artisti possono fare moltissimo)e il lavoro (prima dentro le carceri e poi fuori)?
No no, è pura utopia. Vado.

lunedì 3 maggio 2010

26 Gennaio. Altro giorno della Memoria.


Considerare il 25 APRILE come il 'Giorno delle Memoria' è il modo migliore per valorizzarlo. Prima di essere un giorno di Festa è importantissimo che sia un evento dedicato alla Memoria Storica, utile per Capire e Riflettere.
Il 25 aprile in questi ultimi sessant'anni ha subito (e spesso subisce ancora) una sorta di nevrosi, sia pro che contro, che ha danneggiato la storia e favorito una triste masturbazione politica - questo non c'entra nulla con il discorso che sto facendo ma non riesco a non dirlo.
Evidenziare e concentrarsi sulla Memoria del 25 aprile, al di sopra di ogni comizio, è un processo che culturalmente può dare moltsissimo.

Al 25 Aprile - inteso come giorno della Memoria - sarebbe l'ideale affiancare altre date dedicate alla Memoria in modo d'avere più momenti di riflessione storica nel corso dell'anno.
Una data fondamentale come Memoria Storica è sicuramente il "26 Gennaio".
Il 26 gennaio 1943 ci fu la battaglia di Nikolaevka in cui Gli Alpini in ritirata sfondarono la Sacca Russa in cui erano incastrati da giorni (in realtà non fu un avvenimento unico perchè prima di questa battaglia gli alpini ne combatterono almeno altre undici ma essendo lo Sfondamento della Sacca è diventata una data simbolo della sofferenza di tutta la Ritirata).
La Memoria della Ritirata dalla Russia è fondamentale per vari motivi. Innazitutto è giusto ricordare la tragicità degli avvenimenti: più di sessantamila ragazzi marciarano per milleduecento chilomentri a temperature che andavano da -30 a -40 gradi, senza cibo, combattendo quasi ogni giorno una battaglia; morirono in 50 mila, congelati, o di fame o uccisi in battaglia; non c'è avvenimento peggiore che possa far capire nel modo migliore quanto sia disumana e imbecille la Guerra. Poi la Ritirata è stata uno dei momenti di maggiore umanità della seconda guerra: prima gli "invasori" italiani con la popolazione russa e i prigionieri militari, poi la popolazione russa con gli "invasori" italiani in ritirata, dadogli ospitalità e salvandoli dal gelo e dalla fame; numerossisimi sono anche episodi tra soldati russi e italiani (spesso si trovavano a mangiare insieme nella stessa isba senza problemi) e tra partigiani russi ed italiani. Infine la Ritirata di Russia è uno dei maggiori simboli della stupidità del fascismo: spedire in quel modo ragazzi italiani a morire per una marchetta all'alleato nazista fu uno delle decisioni più folli e criminali del regime.

C'è anche altro, ma per ora va bene così.

sabato 24 aprile 2010

L'oro grigio.

Ci sono paesi che hanno la grandissima fortuna di avere il petrolio. Se lo trovano lì, senza alcuna fatica, se non quella di costruire le strutture per estrarlo e distribuirlo. In sostanza una risorsa donata dalla natura e che l'uomo non deve fare altro che sfruttare.
Noi italiani non abbiamo nel sottosuolo una fortuna del genere (solo dalle parti di Cortemaggiore si sono trovati un paio di litri) ma abbiamo una fortuna altrettanto "potente" nel sovrasuolo, precisamente dentro al cervello delle persone.
Anche i più esterofili e antitaliani non posso negare che a noialtri italiani le idee non mancano. Poi siamo dei pigroni e dei cazzoni, ma per qualche motivo misterioso siamo una razza con delle idee. In qualsiasi settore, arte, scienza, economia, industria, cucina, medicina e criminalità l'italiani hanno sempre portato innovazioni.
Anche i più italiofili e antiesterofili non posso però negare che le risorse/idee non sono sfruttate, anzi in molti casi sono maltrattate.
Se guardiamo la questione dal punto di vista economico le idee sono alla base dell'economia: la brillantezza mentale, la fantasia e la creatività sono la prima materia dell'economia (ancor prima della materia prima) e quindi un'incredibile risorsa da sfruttare.
Con una rete di laboratori, società di ricerca, università, l'Italia potrebbe facilmente essere il paese leader mondiale delle idee.
Ma basta. Vado a prendere un caffè.

lunedì 1 marzo 2010

Arte=Stilo (ho scritto giusto: intendevo proprio stilo, non stile).

Proviamo a guardare l'arte non più in modo orizzontale, e cioè secondo il tipo di linguaggio, ma in modo verticale, cioè secondo la sua funzione. Vedremo che le suddivisione cambia completamente: non avremmo più pittura, musica, cinema, etc., ma due enormi categorie: intrattenimento/distrazione e carica/vitalità.
Ci troveremmo una situazione del genere: artisti come jeff Koons insieme a cantanti come i Muse e registi come Muccino da una parte, e artisti come Jan Fabre, Quentin Tarantino e Radiohead dall'altra. I primo si "occupano" di intrattenere/distrarre i secondi di caricare/vitalizzare.
A questo punto e dovorosissima una precisazione per non cadere in un idea di massima. Non ritengo l'Intrattenimento/distrazione negativi. E' evidente che ha causa della televisione c'è un sovraccarico di intrattenimento/distrazione, ma questo non significa che intrattenere e distrarre sia negativo, tutt'altro: sono assolutamente indispensabili per scaricare e staccare dallo stress; si impazzirebbe senza distrazione. Il sovraccarico è il problema, ma questo è un'altro discorso.
Ma torniamo al nostro discorso. Se la suddivisione fosse verticale si avrebbe un grosso vantaggio sopratutto da un punto di vista sociale e (addirittura!!!) economico: maggior carica e vitalità significa maggior forza di volontà, maggior felicità e quindi maggior produttività (questo è un principio banale detto da tutti).
La situazione attuale vede però un forte scompenso: la funzione dell'arte come distrazione/intrattenimento è riconosciuto e ipersviluppato (vedi anche tivù, sopra citata) il ruolo di carica/vitalità e sconosciuto e marginale. Un esempio concreto: per trovare intrattenimento e sufficiente uscire di casa e recarsi in qualsiasi cinema oppure affidarsi a qualche buon programma televisivo (spesso la tivu non fa ne anche intrattenimeto ma spruzza solo nervosismo), mentre per trovare qualcosa che carichi occorre aspettare quei 2/3 film all'anno oppure cercare in giro per l'italia mostre o concerti adatti a questa esigenza.
Il problema è, fondamentalmente, che il ruolo dell'arte come "vitalizzatore","caricatore", come "stilo" delle persone e della vita di tutti i giorni non è minamente considerato.
O, peggio ancora, non viene considerato la necessità vitale che le persone abbiano bisogno di vitalità e carica per vivere meglio.
Finisco così? Con questa conclusione negativa? Che brutto.

sabato 27 febbraio 2010

due chiacchiere con Giuseppe Polverari


Vorrei inserire nel mio blog una serie di "due chiacchiere" o piccole interviste ad artisti amici e no.
Inizio con Giuseppe Polverari un caro amico e artista molto particolare perchè è uno dei pochi giovani artisti che ha il coraggio di fare pittura astratta (anche se lui non ama definirla così).
Prima di leggere le chiacchiere che abbiamo fatto è bene dare un occhio alle sue Opere sul sito www.giuseppepolverari.it e un video molto interessante che documenta il suo modo di lavorare http://www.youtube.com/user/sferrarini#p/f/6/gDUbtKESEcY
p.s. la chiecchierata deriva direttamente, con copia e incolla, da skype.

[13.22.51] Simone Ferrarini: mi domando se sei un artista clandestino, irregolare, considerato che pare sia vietato fare pittura astratta ai giovani artisti?
[13.26.03] giuseppe polverari: sul concetto di clandestinità, ho un pò paura che sia troppo legata a connotazioni politiche, prima ancora che umane, vale a dire alle norme che regolano i rapporti tra i vari stati. certo che se mi dovessi vedere dentro il mondo dell'arte, (ancora lontano)avrei uno stato d'animo del tutto indifferente alla problematica per me inisistente della clandestinità dell'astratto...d'altra parte che vuol dire essere astratto?vuol forse dire fare esperienze umane da relegare in un ambito anch'esso considerate astratte?...sul termine gravano principi di gusto di ere passate
[13.27.41] Simone Ferrarini: intendovo astratto da un punto di vista "formale". la tua pittura che rapporto ha con l'infomale? in particolare quello italiano?
[13.31.40] giuseppe polverari: ma è proprio il punto che dicevo. cioè non è più un termine che designa formalmente solo formalmente la pittura...faccio un esempio con un artista europeo, Rainer, che di figurativo fa poco, ma non si può secondo me dire che è astratto solo perchè non rappresenta niente...rappresenta altro...il suo corpo. forse in questo vi è più figurazione di tanta altra figurazione...così l'informale italiano, dipende sempre che riferimento si adotta, ma credo che a parte qualche rara eccezione, non abbia influito in me in modo determinante, se non in un secondo momento a livello linguistico, ma per coincidenze di strumenti linguistici
legati al gesto e alla diemnsione rivoluzionaria di vivere lo spazio come se fosse quello reale.
[13.34.13] Simone Ferrarini: con "dimensione rivoluzionaria di vivere lo spazio", intendi che vivi lo spazio della pittura e del tuo lavoro come se fosse un "luogo" reale?
[13.39.12] giuseppe polverari: sì, il tentativo è quello di abbattere l'illusorietà dello spazio pittorico.non è un luogo dove si esercita l'illusorietà, ma un luogo dove si esercità la verità. e per farlo bisogna ripristinare un dialogo con lo spazio pittrico fatto di grammaturgia, capcità di mettere in atto...mettere in atto qualsiasi aspetto dell'uomo non solo estetico ma affettivo e cognitivo anche. d'altra parte penso ad un Paolini dove mette in atto meccanismi mentali utilizzando lo stesso meccanismo di finzione(usiamolo nel termine corretto che non è finzione, fiction, ma capacità di rappresentare la verità!) penso anche a Caravaggio, ma si può estendere a una lunga lista di artisti. grammaturgia è drammaturgia.
[13.41.08] Simone Ferrarini: la drammaturgia però è una rappresentazione, cioè una funzione, quindi non realtà
[13.43.18] giuseppe polverari: è un meccanismo, che serve a rappresentare la verità...certo. la perfezione nell'uomo non esiste. ogni cosa ha un aspetto che si può dire paradossale. ma non è questo il punto. torno su quanto hai detto. nella rapresentazione nel modo in cui tu rappresenti rendi reale e vero..è un meccanismo che serve da passaggio dalla rappresentazione alla realtà, ed è la messa in atto.
prendiamo uno spartito: una rappresentazione musicale, che diventa reale nella sua messa in atto! a quel punto non è più finzione rappresentazione allo stato puro, ma può comunque essere veicolo di rappreasentazioni si significati umani profondi! in questo senso uso il termine finzione o meglio drammaturgia
[13.45.13] Simone Ferrarini: quindi pittura come "tramite", come "motore", come "provocatore" della realtà?
[13.45.37] giuseppe polverari: come generatore di energie reali come generatore e cumulatore di realtà!
[13.47.03] Simone Ferrarini: quindi direi una pittura che si può definire non più "monologo" ma che dialoga con l'osservatore. o meglio: l'osservatore non è più semplice osservatore che recepisce e etc. ma entra nell'opera.
[13.47.41] giuseppe polverari: una pittura che rende libero l'osservatore! libero realmete perchè on soggetto a percorsi rpestabiliti di interpretazione dell'opera quanto libero di esercitare la sua creatività. Può essere anche libero di osservare di non dire nulla...
[13.48.50] Simone Ferrarini: c'è qualcosa di meditativo in quello che dici? o meglio: l'osservatore deve avere un atteggiamento meditativo?
[13.49.18] giuseppe polverari: certo!è una giusta osservazione. L'osservatore è chiamato come l'uomo in generale, poichè l'essere ossservatore è un aspettoun abito come dire che l'uomo veste, ad avere un atteggiamento meditativo, ma oserei dire anche religioso, di rispetto, di attesa di sospensione.
[13.53.12] Simone Ferrarini: è inevitabile chiederti, dal momento che le tue opere sono legate ad un atteggiamento di meditazione, in quale luogo ideale dovrebbero essere esposte e meglio vissute?
[13.56.13] giuseppe polverari: da seduti direi in qualsiasi spazio perchè sono essi stessi spazio!...ma se dovessi estendere questo tema dello spazio dove esporli, direi che il luogo pù ideale sia un luogo ricco di eventi, storico nel senso che è importante che nel luogo si siano depositati eventi incisivi sorici o estetici o psichici, con i quali dialoghino
[13.57.18] Simone Ferrarini: ok, fino adesso abbiamo dato una sorta di chiave di lettura di quello che fai, ora cerchiamo di andare "dietro". come mai utilizzi dimensioni grandi?
[14.01.56] giuseppe polverari: mi sono sempre sentito a mio agio in dimensioni grandi in modo intuitivo. già quando frequentavo l'accademia lavoravo sempre su dimensioni grandi. piano piano questa esigenza è maturata in termini più consapevoli di estenzione e di rottura con un piano puramente rappresentativo: camminare dentro la superficie è un atto fisico e reale!come dipingerci dentro. è una dimensione che solo a distanze disumane, fuori dalla rappresentazione architettonica e spaziale concepita dall'uomo si riesce a vedere nel suo insieme. così ha una valenza irrazionale, più precisamente coinvolgente; non si può non essere coinvolti!
[14.03.30] Simone Ferrarini: quanto nel tuo lavoro è importate la fase di ricerca? cioè quello che realizzi è seguito da uno studio oppure vai subito seguendo l'istinto?
[14.05.11] giuseppe polverari: a periodi. sono due procedimenti, due prassi che non sono propriamente equivalenti ma complementari e penso che siano utili entrambi per condurre e ricercare per poi trovare soluzioni diciamo accettabili
[14.06.11] Simone Ferrarini: e la fase di ricerca cosa solitamente comprende? studio di artisti? visite alle mostre? esercitare la mano?
[14.09.09] giuseppe polverari: passeggiate, percorsi fisici di spazi, certo anche mostre, o meglio meditazioni su cose che mi rimangono impresse nella mente, oltre che un costante esercizio.La ricerca non è un concetto che è sufficiente per sè stesso. Deve trovare una sua applicazione, per così dire, una sua utilità. Lo scopo lo si può capire prima o durante. E la scoperta è diversa a seconda di quale di queste due strade si percorrono.
[14.10.29] Simone Ferrarini: strade intendi, concetto o utilità?
[14.11.05] giuseppe polverari: intendo il mdo di arrivare allo scopo che poi è l'utilità della scoperta.
[14.11.25] Simone Ferrarini: quanto ci metti a realizzare un'opera? intendo nella sua realizzazione "fisica"
[14.13.54] giuseppe polverari: dipende. dalla concentrazione. di solito l'opera si risolve sempre in un frangente breve. cioè in una illuminazione che si manifesta. ciò può avvenire subito o dopo una serie di opere. quindi se considero la tua domanda posso dire da un secondo a delle settimane o mesi. dipende cosa intendo epr realizzare un'opera. poichè trovata la soluzione illuminante, tutto il resto è contorno.
[14.16.05] Simone Ferrarini: ultima domanda e poi ti lascio in pace! nelle tue esperienze a berlino e new york il tuo lavoro è stato subito accolto in modo positivo, mentre in italia il percorso è molto più lungo. come mai queste differenze?
[14.21.49] giuseppe polverari: penso siano dovute a differenti ambienti e bacini di ricezione. in Italia persiste una tradizione fortissima, dico anche per fortuna, che ha un senso fortissimamente formalista: tutto deve essere inquadrabile in cornici di lettura prestabilite. Cosa che all'estero non vi è. é un pò la differenza che esiste tra una civiltà nomade e sedentaria. In Germania e a New York sono abituati a spostamenti a camminare processo primario per poi leggere e interpretare. Poi ci potrebbe essere all'origine di questo differente impatto del mio lavoro qui e all'estero un approccio emotivo diverso alla pittura come linguaggio, un linguaggio che ha quasi un alone sacro intorno a sè, dunque la loro attenzione aumenta fortemente.

sabato 13 febbraio 2010

come si cercano gli artisti?


Ci sono molti artisti pop che fanno una vita snob, cioè antipop. Non li capisco, ma questa cosa mi diverte.
Ma non volevo parlare di questo.
Volevo riflette sulla ricerca degli artisti, cioè su come nel mondo professionale dell'arte ciò avviene. A dire il vero non mi è assolutamente chiaro. Mi viene detto continuamente "proponiti dai", "rompi su", "devi insistere", ma questa cosa non la capisco molto bene. Ogni tanto mi ci metto e scrivo a qualche critico ma la cosa non mi torna fino in fondo.
Sì perchè forse sono un vecchiazzo dentro e credo ancora che le gallerie facciano come Falqui e si mettano a fare una minuziosa ricerca di artisti. Forse ho questa immagine di Emilio Villa che va a rompere le palle agli artisti nella propria tana. (spero di aver centrato i tempi dei verbi in queste due frasi). Ma no, no no, mi sbaglio sicuramente. Il dato è inequivocabile: in tre anni che ho il fichissimo studio a Reggio città, e cioè mica al Lagastrello, sono passati in studio esattamente un critico (Siviero) e due Galleristi (Vigato e Zini/Mammi).
Qualcosa ho sbagliato, forse più di qualcosa. Ma forse c'è anche qualcosa che non funziona.
Ho come il sospetto che la ricerca degli artisti - ruolo che sulla carta dovrebbe essere di critici e galleristi - sia invece in mano agli artisti. Sì, è come se l'artista cerca l'artista. Strano no? E come se un calciatore per giocare in serie A deve proporsi alla squadre di serie A mandando una mail dove dice che è bravo e allegando un filmatino delle sue prestazioni. (Scusate l'esempio del calcio, ma sono pop e anche snob. E poi, scusate, se un settore che non spicca certo per virtuosismo e intelligenza può essere preso come esempio significa che).

venerdì 5 febbraio 2010

divano vs pittura


Vince sempre il divano.
La sfida artistica dell'ultimo secolo è quello contro il divano: ogni acquisto di un opera è determinata non dal valore umano, poetico, espressivo, emotivo, emozionale, ma dal divano. Il divano non si tocca. Non si sposta. Impossibile. In-con-ce-pi-bi-le spostarlo. E' sacro. Il Divino Divano. Bisogna dedicarli un santuario dove noi esseri umani possiamo veneralo. Se si candida alle elezioni stravince e ci governa. Bisogna al più presto aprire un'oranza funebre per i divani in modo da dargli degna sepoltura davanti a tutto il paese in lacrime. Il divino divano. Anzi, con le maiuscole: il Divino Divano. Con tutte le maiuscole intendevo: il DIVINO DIVANO. Ecco così va bene.
La venerzione del D.D. ha portato nei decenni alla creazione di una nuova corrente artistica, la O.S.B.S.D., e cioè "le Opere che Stanno Bene Sopra al Divano". E' una vera e propria corrente che ha preso il posto della Transavanguardia e dell'Arte Povera.Si caratterizza da opere esteticamente discrete, che stanno lì senza disturbare, senza dire nulla e umanamente valgono come la gita della domenica.
In contrapposizione alla movimento O.S.B.S.D. c'è il S.S.C.D.D. (ma Sposta Sto Cazzo Di Divano) uno peseudo movimento che è convinto che il divano si possa spostare e addirittura che sia più importate l'opera del divano e che quindi uno dovrebbe dare priorità all'opera rispetto al divano. Una vera e propria bestemmia. Dei profanatori. Dei vigliacchi.
Io mi dissocio, ovviamente, da questo movimento e solo per averlo citato mi ritiro subito a chiedere perdono con dieci Divanonostro e dieci Avedivano.
DIVANOvsPITTURA, vince sempre il DIVANO. Ma non ai punti; ko al primo round. Sempre.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ma perchè gli artisti non vanno più al Bar?

Uno dei luoghi che ha dato maggior ispirazione alla storia dell'arte sono i bar; chiamateli anche caffè se volete, ma la sostanza e sempre la stessa.
Per secoli gli artisti aveva la cattiva abitudine di andare al bar dove si beccavano con altri artisti a sbevazzare e a parlar di tutto, arte compresa.
Al bar è nato il futurismo, l'impressionismo, l'espressionismo e altri grandi movimenti. Lo so che i critici d'arte rabbrivideranno a questa mia becera affermazione.
Ma non è mia intenzione offendere i movimenti artistici (tra l'altro un'affermazione di ferarain non offende nessuno); voglio soltato evidenziare che trovarsi per far due chiacchiere tra artisti forse non è così inutile.

sabato 30 gennaio 2010

L'Italia della generazione over 50


Il più stretto collaboratore di Obama ha 28 anni. E' il primo consigliere del Presidente e si occupa delle stesura dei discorsi. 28 anni. Ripeto: Ventotto anni.
Il paragone con la nostra situazione - quella italiana intendo - è inevitabile.
Da noi ogni posizione che si occupa di gestione del patrimonio economico e culturale (gli over 50 direbbero "posizione di potere") è in mano a persone che sono anagraficamente e mentalmente degli over 50. Non parlo in generale di tutti gli over 50, ma parlo di tutti gli over 50 che lavorano nell'amministrazione pubblica e privata.
La mentalità degli Over si può sintetizzare con una parola: POTERE.
Hanno un senso un'attrazione rispetto al potere che manca totalmente agli Under. Forse la lotta di classe degli anni sessanta e settanta ha sviluppato nella mentalità di quella generazione uno spiccato senso di potere, anche rispetto a quelli che non ce l'hanno. Forse è un gene italiano che è semplicemente peggiorato in quegli anni. Forse ci sono altri motivi che solo un sociologo o antropologo può definire in modo corretto.
Fatto sta che la situazione attuale vede un sistema non amministrativo ma di potere: chi governa non ha la responsabilità di gestire un patrimonio, ma ha in mano una grossa fetta dell'economia e della società. Questa provoca una sorta di corsa al potere o un ricerca assoluta dell'allenza del potere perchè questo garantisce un benessere economico. Chi ha il potere essendo innazitutto esperto nella gestione del potere (se no non ci sarebbe mai arrivato) si preoccupa ovviamente che i suo alleati siano persone che garantiscono il mantenimento del proprio potere.
Il risultato è che tutte le posizione amministrative, molte delle quali anche senza una vera funzione se non quella di dare potere agli alleati del potere, sono monopolizzati dagli Over. Gli Under si trovano così tagliati fuori da tutto. Ma non solo perchè non c'è fisicamente più spazio ma perchè sono cresciuti senza un idea precisa di potere: alcuni parallizzati dalla paghetta del papi, altri in balia del caos totole degli anni ottanta e novanta che ha sviluppato in loro un forte senso di sopravvivenza. Tutti quanti però con un influenza esterofila (negativa e positiva) che ha portato maggior comunicazione e un senso di amministrazione decisamente diverso; i trentanni sono la 'Generazione Erasmus', cioè di coloro che hanno vissuto direttamente altre esperienza è hanno importato un senso amministrativo diverso.
Cosa succederà? Non saprei. Sicuramente prima o poi gli Over creperanno tutti e si apriranno gli spazi agli Under. Bisogna però vedere due cose: la prima se gli Under tengono botta ancora per molto tempo in queste condizioni estreme, e poi se l'astuzia degli Over crearà una generazione Under con una mentalità Over appositamente per il potere. Considerato che gli Under con una mentalità Under staranno a guardare la previsione è scontata.
Questo lungo discorso ammetto che mi spaventa un po': sono un Under e in questo post ho dimostrato di avere un idea precisa di potere, proprio come il miglior Over! Aiuto!

venerdì 29 gennaio 2010

Officina della Arti - Commento all'intervista della Direttrice Farioli


Scrivo questo post in replica ad un intervista della Direttrice dei Musei Elisabetta Ferioli uscita sul il Resto del Carlino del 29 gennaio.
Di seguito i miei commenti, ovviamente strattamente di carattere personale e non rappresentativi di nessuno al di fuori di me.

in maiuscolo le frasi della Farioli.
C'E' UN PO' DI NERVOSISMO
Personalmente non vedo nessun nervosismo.
Per quanto mi riguarda sono più che contento di poter utilizzare un atelier splendido come quello in Officina e di aver incontrato moltissimi creativi reggiani che costituiscono un underground particolare e unico per una città di provincia. Ho indubbiamente un'altra idea di Officina rispetto alla Gestione Attuale sopratutto perchè credo sia una struttura che abbia una grande potenzialità inespressa. Ma il fatto di avere un punto di vista diverso non mi da alcun motivo di innervosirmi.
MA CINQUE PRIVATI NON POSSO AVERE USO ESCLUSIVO DI UNA STRUTTURA PUBBLICA.
Ma chi ha mai voluto uso esclusivo della struttura pubblica? Si chiaro: nessuno ha mai preteso l'uso esclusivo di officina. Nell'articolo noi atelieristi abbiamo solo chiarito il ruolo degli atelier e qualcuno (Azio) si è lamentato di averci rimesso i soldi.
L'ATRIO E' RIMASTA DI COMPETENZA DEI MUSEI.
Questa è la confermato della sovrana gestione e responsabilità dell'officina da parte dei Musei e il ruolo secondario degli atelier. Questa era la sostanza delle miei risposte nell'intervista sul giornale e del post nel blog. Mi ha fatto piacere che la Farioli lo abbia confermato.
LORO CREDENDO CHE AVREBBERO AVUTO FONDI.
Nessuno ha mai creduto e detto di volere fondi. Non è mai stata un'illusione o un'utopia ne tantomeno una pretesa. Quindi alludere che i fondi siano un problema provocato dagli atelier non è corretto.
Tra l'altro come atelier (sunghe ed io) abbiamo lavorato inzialmente proprio su questo problema: ci siamo occupati di coinvolgere partner, associazione, gallerie, cooperative e curatori che fossero in grado di collaborare sul piano dell'organizzazione, della comunicazione e della sponsorizzazione. Il coinvolgimento c'è stato ed ha fruttato una buona stagione (quella 2007) con costi da parte del comune pari, se non minori, rispetto a quelli attuali (ora le mostre hanno un biglietto di invito e manodopera che aiuta nell'allestimento, quel ciclo di mostre no). Per la fase successiva era previsto il coinvolgimento di partner che collaborassero alla realizzazione di eventi sperimentali come work in progress, seminari ed incontri tra diverse discipline (nella prima fase l'impostazione era per buona parte tradizionale). Ma non è andato a buon fine perchè non abbiamo più ricevuto la programmazione da parte del comune (anche se rischiesta da più atelier). Ripeto quello che ho detto nei post precedenti: è legittimo da parte dei Musei non comunicare con noi ma valutare solo i nostri progetti. Ma è stato altrettanto leggittimo da parte dei partner la richista di conoscere "quando", "come", "e con chi", si sviluppava l'evento che dovevano sostenere; non avendo ottenuto nessuna risposta la collaborazione dei partner è decaduta. Il principio su cui lavoriamo (sunghe ed io) è quello di cosiderare progetti e considerare come questi possono essere finanziati, più che considerare direttamente progetti che costano zero (si rischia una qualità bassa).
L'AFFLUENZA ATTUALE A NOI VA BENE, ENTRANO CIRCA 7MILA PERSONE L'ANNO.
Premetto che i numeri, cioè la "massa" non deve essere un dato di successo della struttura, perchè la "massa" non significa gradimento e coinvolgimento (vedi televisione). Comunque, dal momento che si è tirato in ballo l'argomento "numeri" è bene approfondirlo. L'affluenza deriva da questi "canali" (in ordine dal più grande al più piccolo).
- La stragrande maggioranza (nell'articolo è anche precisato una cifra, 4mila, direi verosimile) del pubblico è portata dagli spettacoli e dai corsi del Cento Tatrale MaMiMò. Piccola divagazione: credo che i numeri del MaMiMò potrebbero aumentare notevolemente se molti spettacoli anzichè essere realizzati in Atelier si svolgessero nello spazio centrale, decisamente più capiente.
- Una grossa fetta è dovuta alla frequentazione privata degli atelier, cioè visitatori che passano in Officina non per Eventi ma quotidinamente per incontrare gli atelieristi. Se si considera che dal nostro - sunghe ed io - passano mediamente 20 persone a settimana tra incontri, riunioni, artisti di passaggio, etc. si raggiunge sommando i 365 giorni un numero elevato.
- Altra fetta consistente sono i concerti organizzati da Icarus Ensamble, Strange Vertigo e Amaro!.
- Ultima fetta deriva dalla mostre di durata mensile, che portano un buon numero di partecipanti all'inagurazione e nei giorni successivi pochissime persone, mediamente da 0 a 5.
Conclusione: quasi tutti i 7.000 visitatori sono portati dalle attività degli atelier.
SIAMO ABBASTANZA CONTENTI DI COME VIENE SFRUTTATO IL LUOGO. SOPRATUTTO SE DOBBIAMO FARE I CONTI CON LE MOSTRE CHE SI SVOLGONO IN CENTRO.
In Officina delle Arti per le mostre vengono da 0 ad un massimo di 5 visitatore. Se le mostre in Centro hanno numeri minori credo debba essere motivo di riflessione generale non di soddisfazione su l'andamento di officina.
Inoltre la Farioli considera e paragona Officina come "spazio espositivo"; questo non fa altro che confermare quello che volevo precisare nell'intervista (i Musei considerano Officina uno spazio tradizionale). Se, però, consideriamo la "struttura" e le funzioni che contiene Officina, bar-atelier-esposizioni, il paragone con altri spazi esclusivamente espositivi decade e il paragone più corretto e con altre strutture polifunzionali come, ad esempio, il Centro Loris Malaguzzi.
LA SCORSA RIUNIONE A FINE DICEMBRE ABBIAMO ESPOSTO LORO GLI APPUNTAMENTI FINO A MARZO.
A fine dicembre non c'è stata alcuna riunione.
Inoltre se questo incontro fosse vero non sarebbe cambiato granchè: conoscere tre mesi di programmazione già pianificata, con Natale di mezzo e ancora da verificare la disponibilità a collaborare degli artisti già in calendario, come è possibile ideare-progettare-trovareartisti-trovarepartner per realizzare un evento decente!?

Sinceramente mi aspettavo dalla Direttrice qualcosa in più: sviluppare il discorso Officina considerando semplicemente il problema della richiesta fondi degli atelier (tra l'altro un non-problema) e specificando la soddisfazione per l'affluenza dei visitatori (tra l'altro quasi esclusivamente legata agli atelier) credo sia un'occasione mancata. Un articolo del Carlino può essere un opportunità che un Direttore di Museo può sfruttare per spiegare alla città le intenzioni, il programma, il futuro, e il coinvolgimento del pubblico rispetto ad un luogo che ha una funzione culturale importante.
Ma così non è avvenuto.

giovedì 28 gennaio 2010

Accademia di Belle Arti 1


L'Accedemia di Belle Arti è la più grande fornitrice di Illusi e Frustrati che si possa trovare in circolazione.
Solo qualche studente, marginale ed emarginato, frequenta l'Accademia senza credere di diventare un grande artista che si alza tardi la mattina e vive d'amore e arte. La colpa non è degli studenti ma dell'impostazione che viene data dai dirigenti e dai professori, per lo più artisti falliti con problemi di frustrazione.
Sarebbe tutto più semplice, sia durante che dopo gli anni di studio, se si cambiasse completamente impostazione: studiare e analizzare i "meccanismi" dell'arte in modo che questa possa essere applicata in diversi modi e in diversi contesti. Come se l'arte fosse uno strumento di lavoro, utilizzata come un vero e proprio attrazzo per modificare, migliorare, costruire contesti e persone. Chi esce dall'Accademia deve essere in grado, ad esempio, di inserire l'arte e i suoi metodi ovunque, nell'educazione, nelle aziende, nella gestione urbanistica, negli ospedali. Ripeto: ovunque. Anche su se stesso. Un "se stesso" che non è protagonista assoluto, con atteggiamenti artistoido, ma una specie di cavia su cui bisogna sperimentare le proprio conoscenze e di conseguenza crescere. E chi ha talento in questo modo emergerà ancora di più perchè ci sarà una attenzione sulla Ricerca/Sviluppo e non sull'Essere/Risultato.
Lavorativamente un'Accademia di Belle Arti impostata in questo modo può dare maggiori risultati: non si limita più ad avere un ruolo nel settore arte (il ruolo dell'artista perchè critici e galleristi spesso vengono da altre formazioni) ma anche in tutti quei settori che nescessitano di creatività e cultura (quindi tutti i settori).

mercoledì 27 gennaio 2010

Perchè la fissa dell'Iran?


I motivi fondamentale della mia fissa sull'Iran sono due.
Il primo è genetico: ho ereditato dai miei parenti le fisse. Mia nonna era fissata con i sacchetti di plastica (aveva una colezione infinita, anche di queli bucati (infilava uno dentro l'altro quelli con buchi differenti e ci veniva fuori un sacchetto sano)), mia mandre invece ha aumentata la taglia e si occupa di cartoni. Ora le mie fisse sono abbastanza decenti ma sono rassegnato anch'io al fatto che tra qualche annetto mi appassionerò a qualche tipo di contenitore.
Il secondo motivo è che la protesta iraniana "sa di storia". Non è stata la violenza delle persecuzione ad attirare la mia attenzione, ma la sensazione che stiamo assistendo ad un (potenziale) passaggio storico.
Innanzitutto non è solo un movimento che si oppone ad un regime ma è il primo popolo che si ribella apertamente ad un regime islamico (solitamente abituati all'onnipotenza).
Ma sopratutto è una ribellione che nasce dalla popoloazione mussulmana senza che nessun "colonizzatore pagano" c'abbia messo il becco; questo fa decadere brutalmente il punto di forza dei regimi islamici: "fomentare l'odio per i cattivi americani e israeliani".
Il movimento iraniano è un "cattivo esempio" che fa concretamente credere nella libertà e va a "colpire" tutti quegli arabi (sopratutto giovani e donne) che vorrebbero ribellarsi ai regimi.
C'è quindi la condizione perchè si verifichi un "meccanismo" che fa parte del processo storico: una rivolta da inizio ad una serie di altre rivolte. Un po' come è accaduto con il muro di Berlino e l'"effetto domino" che ha provocato sugli altri regimi comunisti.
In tutto questo l'Occidente deve giocare un ruolo fondamentale: stare a guardare. Ma non nel senso di non fare niente, ma di guardare, vedere, osservare, conoscere e far conoscere al mondo quello che succede.
Tutto qui. Nessuna guerra. Nessun morto. Solo parlarne, magari non al telegiornale dopo le notizie di gossip.

lunedì 25 gennaio 2010

Televisione

Non c'è televisione privata e televisione pubblica. Ci sono televisioni di proprietà privata e televisioni di prorietà pubblica. Entrambe fanno un servizio pubblico.
E quindi, essendo un servizio pubblico, deve essere regolamentato.
Da quindici anni si parla di chi è il proprietario della televisione ma il problema maggiore è cosa c'è in televisione.
Chi sostiene che "la televisione è un qualcosa in più" non si rende minamamente conto che la giornata della stragrande maggioranza degli italiani funziona così: alzarsi alla mattina presto, andare di corsa al lavoro che generalmente non si ama ma si sopporta, star lì tutto il giorno, e la sera quando cala il sole si rientra a casa dove molti si trovano ulterirore lavoro da sbrigare. Il risultato è che al termine di tutto questo si è stanchi morti e cioè ridotti in una condizione che permette solo di starsene lì, sul divano, davanti alla televisione. Se a questo aggiungiamo che la stragrande maggioranza degli italiano non si può permettere di uscire più di due volte la settimana, direi che la condizione psychotelevisiva si diffonde ulteriormente.
La Tivù ha quindi ha un ruolo culturale fondamentale e quindi deve assumersi la responsabilità di questo.
Una responsabilità urgente, ancor più del chi è il proprietario.

Officina delle Arti - ruolo degli atelier.

L'altro giorno è passata dall'Officina delle Arti una giornalista e mi ha, inevitabilmente, domandato "Cosa succede all'Officina delle Arti?". La mia prima risposta è stata "Lasciamo perdere". Il mio primo pensiero è stato "Lasciamo perdere un merda!".
La prima risposta (il "lasciamo perdere") deriva direttamente da un sano istinto paraculo italiota che mi porta a evitare accuratamente argomenti che possono tirare in ballo qualche ego di qualche altra persona. Il primo pensiero (il "lasciamo perdere una merda!") deriva direttamente da un sano istinto padano da (ex) contribuente (ora sono in miseria) che mi porta a considerare 'mio' tutto quello dove 'io ci pago le tasse' e quindi 'chi usa i miei soldi è tenuto a rispondere a qualsiasi mia domanda che io ci faccio'.
Essendo un paraculo e non volendo ferire nessun ego, ne anche il mio padano, non riesco a non rispondere.
In realtà, nonostante questa lunga premessa, posso dire poco e non certo per mancanza di volontà ma perchè il ruolo che ho all'interno di Officina è semplicemente quello di dividere un Atelier con un artista folle di nome Sunghe Oh.
Certo, la parola "officina" può tradire: fa sembrare il ruolo del laboratori centrale per l'attività e la programmazione degli eventi. In realtà non è così: la parola "officina" serve fondamentalmente per definire la presenza fisica degli atelier. La programmazione è - legittimamente - stabilità dall'"alto", cioè dai Musei, che definisco la linea culturale e la programmazione. In seconda battuta subentrano gli atelier che possono proporre progetti; questi vengono valutati e inseriti nel programma verificandone la compatibilità.
Porto un esempio concreto: gli atlieristi non conosco quello che avviene in Officina e non ne conoscono la programmazione futura; non vengono - legittimamente - informati anche se ne fanno richiesta. Solo nel caso in cui viene presentato un progetto viene stabilito come e quando realizzarlo in base al programma già steso.
Apro una parentesi. Questa decisione gestionale dei Musei su Officina non coincide con il modo di progettare del nostro atelier (mio e di Sunghe) per un motivo molto semplice: riteniamo che per ideare e progettare un evento occorre un minomo di "basi": sapere indicativamente una data o periodo, cosa avviene nel luogo in cui viene inserito (cioè cosa c'è prima, dopo e durante), la situazione logistica e se vi è un minimo di budget. Queste esigenza sono fondamentali sopratutto perchè vi è il coinvoltimento di partner a cui veongono chieste idee, tempo e denaro, ed poco opportuno approciarsi e collaborare con dei "mah", "boh", "forse", "non sappiamo". Così abbiamo deciso di lavorare come Atelier di Officina al di fuori dello spazio fisico di Officina (vedi progetto Reggio Babele a palazzo Casotti e KI alla Casalgrande Padana). Parentesi chiusa.
Ammetto che erronemente avevo creduto che la progettazione e quindi la programmazone dell'Officina nascesse dalla collaborazione tra Musei ed Atelier. Ma mi sono clamorosamente sbagliato.
Per concludere, tento di rispondere alla domanda iniziale posta dalla giornalista, "che cosa succede in Officina?": è uno spazio espositivo tradizionale con mostre e, ogni tanto, eventi performativi alcuni dei quali provenienti dagli Atelier. Oltre alla normale attività espositiva sono presenti atelier di teatro, musica, architettura, cinema e pittura che quotidianamente svolgono la propia attività all'interno dei propri spazi.

post scriptum.
In questo primo post dedicato all'Officina ho tentato di spiegare come funziona e chiarire i rispettivi ruoli.
In un successivo post dirò quello che penso concentrandomi sulle potenzialità che può esprimere e il ruolo che può avere nel territorio.